Preambolo
Si deve proprio scrivere sempre?
"Bisogna scrivere ogni volta, come se si scrivesse per la prima o per l’ultima volta", asseriva Karl Kraus in un suo aforisma. Ma è proprio così? Sembrerebbe un monito per chi creda che lo scrivere sia un fatto naturale, o peggio meccanico, ben fornito di proprie leggi, però alla fine risulta un modo sicuro per ricordarci che la scrittura è una tentazione di verità tre volte superiore a quella che normalmente si attinge dalla parola. Perché scrivere vuol dire soprattutto ascoltarsi sino in fondo, non permettere ad altri, almeno intenzionalmente, di porsi a confronto, limitando o correggendo con la sola propria presenza ciò che è stato espresso.
Dunque, la necessità di scrivere dipende soprattutto da quella spinta di consapevolezza che non sempre si attua quando si pensa qualcosa. Ce lo dicono a sufficienza i Diari di Kafka, scritti solo per sé, e nelle condizioni più difficili, quando cioè si torna dal lavoro quotidiano regolarmente stanchi, e talvolta provati dall’inutilità di una giornata consumata in ufficio - come era il caso di Kafka -. Infine, quale diritto si ha di scrivere se non il solo, imperscrutabile, di accogliere la parte di se stessi che reclama ad ogni costo la propria affermazione? E così, i maniaci della scrittura, non pochi anzi numerosi, che la considerano addirittura un mestiere, in che modo spiegheranno l’atto dello scrivere se non come il dovere di comunicare, cioè un problema sociale, quasi un debito, qualcosa che avrebbe a che fare nientemeno con una forma di moralità? Si finisce così inevitabilmente per entrare nel circuito di Internet, vera minaccia della nostra individualità.
È singolare come io abbia cominciato questo taccuino di riflessioni, non solo di oggi ma anche di ieri (e talvolta si arriva a quarant’anni fa), con degli appunti sulla vecchiaia, quest’arte di essere e insieme di ricordare, di solitudine ma anche del desiderio di riunirsi agli altri. La vecchiaia, questo impedimento reale alla morte o perlomeno il perfetto adempimento della propria solitudine.
Data la condizione dei miei occhi, peggiorata nel corso di questi ultimi anni, mi capita di vedere assai meglio durante il sonno che non quando sono sveglio. Che stranezza! I miei sogni mi appaiono luminosi, nitidi, da ogni punto di vista. Gli esempi che potrei addurre sono numerosi. Ma mi preme subito affermare qualcosa che di solito non si dice dei sogni. C’è una parte di essi, siano pure strampalati, che convive, se così posso dire, con la semplice realtà, per esempio i rumori della strada, per tanti versi capaci di disturbare. Questo accade soprattutto al mattino, prima della fase piena del risveglio. Allora è per me assai importante creare una certa fusione tra il dentro e il fuori. In sostanza, io vivo di più in questo modo che non avendo gli occhi aperti che vedono tanto poco. Non solo non sono affatto straniato, ma spinto a "riconoscere" la vita reale.
Stamattina, ad esempio, ero a contatto con mio fratello, più giovane di me di nove anni; si trovava in casa piuttosto che in ospedale, dove regolarmente lo ricordo nei sogni. Doveva operarsi per qualcosa di grave al ventre, ed era steso sul letto, ed io lo rassicuravo, tutto sarebbe stato semplice e indolore per lui. Dentro di me si alternavano due realtà: quella del sogno predominante, e l’altra in sordina. Perché in effetti mio fratello è stato, sì, operato, ma per un ictus al cervello. Non vorrei entrare in dettagli. Noto soltanto la presenza attiva di queste due visioni. Adesso cerco di spiegarmene il motivo e non ci riesco. È proprio un episodio di psicanalisi a buon mercato.
Mai come stamattina il bagliore eccessivo di questo fine settembre mi ha offuscato la vista al risveglio. Sento addosso più la luce che il richiamo delle cose. La luce e il buio sono nemici in egual misura delle mie scarsissime possibilità visive; ma la luce ha questo in più di triste per me, mi dà solo la parvenza di un aiuto esterno, mentre mi diventa subito dopo la vera nemica. La mia vista sta dunque tutta in un margine ristretto, perciò assai limitato. L’abbagliamento che ne consegue ha qualcosa di innaturale, con un grande spessore di bianco interposto fra me e la realtà esterna. Tutto il contrario, o quasi, di ciò che mi suggeriva l’amico Andrea Zanzotto, quando andava scrivendo i suoi Fosfeni, cioè brani di realtà modificati da un eccesso di capacità visive.
Mia moglie, che è donna forte e caritatevole, s’è accorta (prima che la informassi) di questa mia difficoltà, e non dimostra di far gran caso ad una condizione così mutata. In ciò sta il suo aiuto straordinario. È come se promettesse a me e a se stessa di vigilare sul peggio, se dovesse manifestarsi. Una sorta di sottile difesa contro il futuro.
Queste riflessioni, o divagazioni su argomenti molto vari, non costituiscono quel che si dice un diario intimo, bensì la traccia di un lungo periodo di anni attraversati da alcuni rilevanti eventi, connessi al mio mestiere di letterato. Non ho voluto dare ad essi una progressione cronologica, convinto che sarebbe stato un tentativo maldestro di "fare un romanzo" di quanto è accaduto negli ultimi travagliati cinquant’anni del nostro secolo. Il lettore troverà perciò un alternarsi di eventi che hanno molto di "inattuale" e di attuale, come una catena quasi imprevedibile di situazioni e personaggi, richiamati sullo sfondo della nostra realtà culturale di sempre, unita a un modo di rappresentarli e giudicarli, mi auguro abbastanza invitante. In ciò sta sostanzialmente, a mio avviso, la differenza con i tanti libri di memorie o di rievocazioni che oggi vanno tanto di moda.
G.S.
Dall'introduzione del libro Il teatro della memoria
© Edizioni dell'Altana 1999