Eco di Bergamo
Domenica 3 novembre 2002
Messaggero Veneto
Incontro con i Pirzio-Biroli: lui è il pronipote dell’esploratore, lei un’ex internata
Brazzà, storie al castello
Da Pietro in Congo ai Lager nazisti: Detalmo e Fey raccontano
di BETTY RISALITI
Un bel pomeriggio d’autunno al castello di Brazzà. Con il sole sul verde ormai dorato del parco, e sulla rocca di Braitan, quel che resta del fortilizio ultramillenario: la torre maestra e la casa del capitano. Le finestre della villa Savorgnan-Pirzio-Biroli, poco più sotto, inquadrano il maniero eretto sulla piccola altura e la chiesetta gentilizia di San Leonardo. Mentre i due ospiti si assentano, lo sguardo vaga dall’esterno all’interno: dalle pietre vetuste sul dosso in luce al salottino in penombra, colmo di vecchie memorie. Le foto di famiglia trascorrono dall’Otto al Novecento, dal seppia al colore. Eccolo, lo vedi subito il Grossadmiral Alfred von Tirpitz, eminente del Secondo Reich guglielmino, l’uomo della Kriegsmarine e degli U-Boot. Ecco sua figlia Ilse adolescente – accademia di musica con fratelli, lei al violino –, nella bella casa berlinese del ministro imperiale. Ed ecco Ilse con il marito, Ulrich von Hassell, ambasciatore di Weimar e del Terzo Reich nella Roma fascista, congiurato del 20 luglio 1944, messo a morte, con migliaia di altri, dal Führer furibondo. E poi, eccoli lì, tutti e due, i figli sottratti dalle SS dopo la bomba maldestra di Rastenburg, e fortunosamente ritrovati in Austria nel caos post-bellico: Corrado e Roberto Pirzio-Biroli, tedeschini biondi compíti e molto carini, molto simili a mamma...
Fey von Hassell, classe 1918, figlia di Ulrich e di Ilse, nipote di Tirpitz, scampata agli artigli del sanguinario Himmler, ritorna in salotto. Fuma una sigaretta sottile, porge una foto incorniciata d’argento: "Guardi... Questa la tengo in camera. Sa, disturbava i nostri amici israeliti. Dicevano che sì, insomma, allora... dicevano che, a parte Hitler, mio padre era amico di Mussolini...". Ritratti, i due, in atteggiamento cordiale: alto e impeccabile il barone von Hassell, tozzo e ciarliero il duce del fascismo in divisa. "Che c’entra!? Vuole che il rappresentante di Berlino a Roma non conversasse civilmente con Mussolini? Poi, certo, mio padre diceva sempre che tra i due, Mussolini e Hitler, c’era un abisso. Con il Führer era impossibile qualunque rapporto: non lo ascoltava mai, non ascoltava nessuno, parlava lui tutto il tempo. Mussolini, viceversa, stava a sentire con interesse ed era sempre ben informato. Mio padre cominciò a temere il peggio dopo l’invasione dell’Abissinia...".
Dal suo studio di voga sahariana – libri alle pareti, maschere e sculture tribali, a terra due materassi tuareg – ritorna in salotto anche Detalmo Pirzio-Biroli, classe 1915, sposato a Fey dal 1940, il padre di Corrado e Roberto. Già ambasciatore dell’Unione Europea nel Senegal e nel Mali, è un africanista affetto dal mal d’Africa, che trascorre tuttora l’inverno sotto il cielo di Dakar, proprio là dove muore, nel 1905, il celebre prozio Pietro, della razza audace di Livingstone e di Stanley. Ha accento cosmopolita, il professor Detalmo, saprebbe intrattenere in lingua cinese: porta le sue foto da mostrare e le sue sigarette da fumare. Con un senso noncurante dell’umorismo: "Beh, ovvio che fumo, non vorrà mica che mi ammali! Ecco: questa era la villa Savorgnan di Brazzà prima di Caporetto, origini settecentesche, risistemata a fine Ottocento da mia nonna, Cora Slocomb di New Orleans, che arredò il piano di sopra in stile Via col vento... E questa è la casa dopo l’incendio: una notte, nel 1917, andò tutto a fuoco. C’erano gli austro-tedeschi, fecero un festino, bevvero alquanto. Il principe austriaco von Reuss si addormentò e ci morì carbonizzato. Una sigaretta, pare... Quella che vede ora è la casa ricostruita da Provino Valle nel primo dopoguerra. E questo è Pietro, zio di mia madre Idanna: Pietro Savorgnan di Brazzà, l’esploratore del Congo francese, il fondatore di Brazzaville. Anch’io, in Africa, mi metto la keffiah araba, come lui...".
Il fondatore di Brazzaville
Chi abita la villa ha molte storie da raccontare. Storie che dal Friuli vanno lontano nel mondo, e che dal mondo vengono a Brazzà, spesso intrecciate alla storia maiuscola. Non c’è soltanto la vicenda di Fey von Hassell, "familiare corresponsabile" – secondo il marchio nazista – dell’attentato alla vita del Führer: quell’odissea da ostaggio di Himmler che da Udine – ormai Adriatisches Küstenland – la trascina verso il Nord, nei Lager polacchi, che a Innsbruck la separa dai figli e che rischia di finire in Sudtirolo, nello sbando della disfatta, su un bus da far saltare in aria... Ci sono anche, e naturalmente, le vicende dei Savorgnan, e più o meno antiche: medievali signori di questa e altre rocche, antiasburgici e filoveneziani, "del partito degli Zamberlani opposto agli Strumieri" – precisa Detalmo –, quei Savorgnan maggiorenti della Serenissima nella Piccola Patria soggetta al dominio di San Marco. Una stirpe potente, e di sonanti e belle dovizie, fino al tardo Ottocento, quando massimamente la illustra colui che apre alla Francia le terre incognite del Gabon e del Congo, sul versante destro del fiume, e vi imprime un toponimo coloniale ancora in corso: oggi, magari, più infrequente di ieri, al tempo in cui si distingue, per l’ex francese e l’ex belga, tra Congo Brazzaville e Congo Kinshasa. Detalmo Pirzio-Biroli: "In verità, dopo l’indipendenza, si sarebbe dovuto africanizzare anche Brazzaville. Il nuovo nome doveva essere N’Cuna. Accadde che, proprio in onore di Pietro, l’assemblea congolese votasse per il mantenimento del toponimo originario. A tutt’oggi, nessuno – in Africa – considera Pietro come un colonialista. Il solo degli europei, con Livingstone, a conservarvi buona nomea. Pensi che, per gli animisti del Congo, Pietro resta una specie di antenato, una figura cui si fanno sacrifici rituali... Fu Parigi a metterlo da parte, quando lui non le fece più comodo, salvo richiamarlo precipitosamente, poco prima che morisse, per sedare una rivolta autoctona. Parigi... Gli lesinava anche il denaro. Ma lo sa chi finanziò davvero l’esplorazione del Congo? I Savorgnan di Brazzà! In vent’anni la contessa Giacinta, moglie di Ascanio, madre di Pietro, mandò laggiù, a suo figlio, ben 700 mila lire/oro. No, non da qui... Dalla villa Savorgnan di Soleschiano, residenza di tutta la famiglia prima della divisione. Parlo di quando Ascanio divise, tra i suoi dieci e passa figli, un gran patrimonio. Questa casa, col castello, il borgo, i terreni, tutto in comune di Moruzzo..., toccò a mio nonno Detalmo, e da lui a mia madre, la sua unica figlia, e da lei a noi, i Pirzio-Biroli. Siamo una famiglia di origini piemontesi, di tradizioni militari. Gente sempre vissuta in guarnigione: sul campo di Bezzecca con Garibaldi, in Libia, sul Piave, in Etiopia... La nostra storia qui cominciò che mio padre conobbe Idanna di Brazzà a Treviso, dove era capitano dei Lancieri di Novara".
Cora e i biscotti Delser
Ad andar su "per li rami" si scopre che in piena belle époque, nel mentre che l’eponimo Pietro governa la città sulla sponda del Congo – giusto lì dove Stanley gli drizza davanti Léopoldville-Kinshasa, sulla riva sinistra –; si scopre dunque che il più mondano fratello Detalmo sposa a New York un’ereditiera della Louisiana, Miss Cora Slocomb, figlia di Cuthbert, ricco uomo d’affari e già impavido capitano sudista nella battaglia di Gettysburg. Donna del Nuovo Mondo, che piomba a Brazzà e vi s’ingegna, inesausta, a spazzare la polvere posata sul Vecchio. Rammenta Deltalmo Pirzio-Biroli, che di secondo nome fa Cuthbert, come il bisnonno: "Un turbine, nonna Cora. Anche con un suo ruolo sociale, perché non è che faccia soltanto la signora contessa, per non dire che la nobiltà del Friuli le sembra parecchio addormentata... Se lei va a Fagagna, al museo contadino di Cjase Cocèl, troverà una stanza che la ricorda. Dunque arriva, dopo le nozze, e subito mette mano alla villa, ridisegna il parco. Ma promuove, sopra tutto, il lavoro delle donne, qui e in Italia. Fonda le Scuole Cooperative di Brazzà, sopravvissute – appunto a Fagagna – fino ai primi Sessanta: vi si fa il merletto al tombolo, un’arte che lei stessa insegna alle allieve. E quelle trine diventano celebri: in mostra, come Made in Friuli, all’Expo di Chicago del 1893, vendute da New York a New Orleans, amate da Margherita di Savoia e dalle dame di corte. E con il patrocinio di Margherita istituisce le Industrie Femminili Italiane... tappeti, ricami, cuciti... Funzionano ancora alla fine degli anni Venti, e io ricordo un negozio romano al Corso, con la sua fotografia. E promuove, non lo sa?, anche i biscotti Delser. Sì, proprio i biscotti Delser, che non esistevano. L’anziana Delser li preparava per sé, in casa. Un giorno Cora ci si ferma, esausta. Non c’era granché, a quel tempo, sulla strada di Martignacco. Chiede un caffellatte, la donna lo accompagna con un paio di biscotti. Le sembrano squisiti, e li presenta con successo alla mostra agricola che sta organizzando. Pensa a una fabbrica, suggerisce ai Delser una piccola industria... Che poi si fa, come tutti sanno, ma forse ben pochi ormai sanno che il primo biscotto si chiamò, in omaggio a lei, proprio Brazzà".
L’omicida Maria Barbella
Né c’è quasi più chi ricorda la viola azzurra di Udine, più bella della violetta di Parma, e la viola bianca di Brazzà. Profumate leggende, rarità meravigliose, care anche a Elisabetta d’Asburgo. Cora ne è la madrina, e dal Friuli quei fiori fragranti raggiungono San Pietroburgo, Istanbul, Alessandria d’Egitto... Prima che una malattia mentale ne stronchi l’iperattivismo, la contessa riesce a imbastire un’impresa di planetaria risonanza. Tanto che la Twentieth Century Fox, qualche anno fa, pensa addirittura a un film, protagonista Winona Ryder. Sul caso, anno 1895, di Maria Barbella, emigrante del Sud, incinta, che un mattino d’aprile, a New York, in a saloon on East 13th Street, ammazza a rasoiate tal Domenico Cataldo, il mariuolo che non vuole sposarla. Crimine di passione e d’onore narrato – in un libro uscito negli Usa anche per la Random House, e in Italia da Longanesi e a giorni di nuovo da Giunti (La signora di Sing Sing – No alla pena di morte) – da Idanna Pucci di Barsento, nipote di Emilio, il marchese della moda, e di Detalmo Pirzio-Biroli. "Un giorno nonna Cora è a Brazzà. Apre il New York Times e legge che sarà italiana la prima donna sulla sedia elettrica. Decide che così non può essere. Italiana assolutamente no. E così si precipita in America, paga i migliori avvocati di New York, fa rivedere il processo, Maria Barbella va assolta. Cora riceve lettere minatorie, la polizia le affianca il famoso Petrosino... Antesignana dell’emancipazione femminile, la nonna, e di forte temperamento. Poi si ammalò: nonno Detalmo non se ne dava pace, ma nonna Cora lo seppellì".
Una tedesca in Friuli
Mezzo secolo dopo la countess of Brazzà, giunge al castello un’altra straniera, Fey von Hassell, che come Cora ne rimane incantata. Jeunesse dorée nelle sedi diplomatiche d’Europa, l’ultima a villa Wolkonsky, fra il 1932 e il 1938, quando il padre Ulrich, inviso a Hitler, a Ribbentrop e a Ciano, conclude anzitempo la propria carriera. L’adolescenza romana di Fey trascorre fra ricevimenti, feste in costume ed escursioni equestri, signorine e giovanotti ben nati. Spettatrice della grande storia: da Berlino calano i potenti del Reich, il pacioso Göring, il temibile Himmler, l’energumeno Robert Ley, capo del sindacato nazista. Commenta la nobildonna: "Tutta gente impresentabile, si credevano dèi... Allora non potevo immaginare che Himmler sarebbe stato per me e per i miei figli una sciagura pazzesca. Di Ley ho un ricordo disgustoso... Beh, diciamo che Göring sembrava il meno peggio, non sempre appiattito sul regime: ma debole, codardo, vizioso. Vero: all’inizio l’opposizione tedesca, in cerca di agganci, pensa anche a lui, nel tentativo di scongiurare la guerra che molti sanno perduta in partenza, specie se lunga... Ma mio padre si accorge subito che il Reichsmarschall è inaffidabile. Ricordo la sofferenza dei miei genitori, a Roma: in casa si parlava di "quella banda di criminali"... Mentre tra i fascisti c’era anche gente per bene: uno come Italo Balbo, per esempio, che muore nel cielo di Tobruk con un friulano, il conte Francesco Florio, suo cognato, il marito di Giuliana Canciani, la conosceva?... Mussolini: devo averlo visto un paio di volte, a palazzo Venezia. Pranzi ufficiali, una volta per Göring, l’altra per Von Blomberg, il feldmaresciallo silurato nel ’38, come l’ambasciatore Von Hassell. Fu Ciano, geloso di mio padre, a guastarne i rapporti con Mussolini, oltre al fatto – s’intende – che a mio padre non piaceva affatto la rischiosa convergenza tra Roma e Berlino. Galeazzo veniva spesso con Edda a villa Wolkonsky: un ragazzo viziato – diceva mio padre –, anche se poi morì benissimo. Edda? Una donna che non si dimentica: sa che è stato Emilio Pucci, mio cognato, beh... quasi cognato, il pilota a portarla in salvo in Svizzera? Era un eroe dell’aria, a quel tempo...".
Tra Weimar e Hitler
Nata d’ottobre, e dunque suddita del Kaiser Guglielmo II, Fey von Hassell attraversa le stagioni convulse del ’900. La Repubblica di Weimar, frenetica, colta, caotica, quando Potsdamer Platz – poi desolata no man’s land tra due muri - è un brillante centro del mondo, e l’albergo Adlon sulla Unter den Linden un mito europeo. Il Reich cruciuncinato che si vaneggia sarà millenario, e intanto celebra riti magnifici e terrificanti, complice il genio nero di Speer, regista zelante Leni Riefenstahl. La resistenza al nazi-fascismo, vissuta di riflesso: il padre Ulrich a Berlino, al centro di una tela disperante che si fa e si disfà, il marito Detalmo clandestino a Roma, dopo l’8 settembre. Entrambi con un assillo: restaurare la civiltà. Fey von Hassell: "Non ricordo molto di Weimar, ero giovanissima e stavamo sempre all’estero. Ma ricordo perfettamente quando mio padre chiese alla nostra istitutrice per chi avesse votato. Eravamo in Germania, quel giorno, in casa dei nonni Von Tirpitz. Era una delle ultime elezioni libere, nel 1932. Lei gli rispose per Hitler, non sapendo per chi altro... Lui la fulminò con un "Si vergogni!". E ricordo mio padre fuori di sé, a villa Wolkonsky, quando Hindenburg chiamò Hitler alla cancelleria. Rivedo sempre tutto attraverso il suo insegnamento: l’eroe di Tannenberg e dei laghi Masuri gli sembrava una figura tragica, al di sotto degli eventi, solo in parte colpevole. Lo spirito del tempo sotto la svastica? A Roma ci spiavano in casa, in Germania nessuno osava aprir bocca: nel nostro giro si consideravano degne soltanto le persone messe agli arresti... Le scenografie del Reich, lei dice... Sì, ero a Berlino nel ’36, per le Olimpiadi, e poi con la Hitlerjugend al raduno di Norimberga: tutto spettacolare, a parte le imbecillità della Weltanschauung nazista. Mi sovviene di mio padre, ancora: a Norimberga mi mise in guardia dal fascino perverso della cornice, diceva che solo la maturità politica poteva renderne immuni".
Resistenza ai dittatori
Il barone Von Hassell dice anche altre cose. Per esempio, quando sua figlia s’impunta a sposare Detalmo Pirzio-Biroli, pretendente molto charmant, ma d’incerto futuro: mal che vada, "la famiglia possiede una proprietà nel Friuli. Potranno sempre coltivare patate". E invece Detalmo, che folgora Fey a un tè danzante a villa Wolkonsky, si rivela un genero assai congeniale all’aristocratico hannoveriano. Combattono la stessa battaglia, sia pur con cultura, idee e sopra tutto in contesti diversi. Antifascista per educazione Detalmo, e ben presto azionista con La Malfa, nazional-conservatore il diplomatico a coatto riposo. Nel 1940, mentre la resistenza tedesca trama contro l’allargamento del conflitto a Occidente, e anela a "una pace dignitosa", prima che la resa s’imponga "incondizionata", è proprio il marito di Fey che mette in contatto il suocero con il mediatore inglese Lonsdale Bryans, vicino a Lord Halifax. Incontri in Svizzera, inconcludenti: Bryans agisce in via del tutto ufficiosa, la bozza del patriota Von Hassell è almeno improbabile... Pirzio-Biroli, resistente della prim’ora (e poi collaboratore di Sergio Fenoltea e di Ferruccio Parri): "Bryans? Un mio amico, del gruppo di appeasement inglese. Stabilii il collegamento da Roma. Antifascista lo ero grazie a mia madre, Idanna di Brazzà, che a Roma frequentava l’élite dell’opposizione: Salvemini, Calamandrei, Carandini, Zanotti-Bianco, e Bernhard Berenson e Giuliana Benzoni... Le SS mi cercavano al Nord, qui a casa, e io stavo a Roma alla macchia: la raggiunsi da Milano, dopo aver liberato oltre tremila prigionieri alleati che – da ufficiale – avevo in custodia. Era un tempo d’avventura e di speranza. A Roma facevamo anche documenti falsi, perfetti. Meglio di quelli di Londra, mi fecero i complimenti gli inglesi... Glieli mostro... Documenti per gli uomini della resistenza, e documenti per gli ebrei: la stamperia era vicino al ghetto, ne salvammo alcune centinaia...".
C’è almeno una volta in cui l’amabile signora Pirzio-Biroli s’inalbera: a nominarle Daniel Jonah Goldhagen, autore di un saggio, molto controverso, sulla colpa collettiva tedesca (e che ora si appresta a inchiodare, come "complice della Shoah", anche Pio XII, a marzo per Mondadori). "Ho letto quel libro, incredibile! Non è vero che tutti i tedeschi fossero profondamente antisemiti, non è vero che tutti sapessero dello sterminio. Tanto meno che lo condividessero. Si sapeva della persecuzione, e mio padre testimonia nel diario, dopo la Kristallnacht del ’38, dell’orrore suo, nostro, di altri davanti a quella barbarie. Correvano voci sui primi eccidi in Polonia... Lei dice che lui, almeno dal ’43, era al corrente delle camere a gas... Sì, ma mio padre stava a Berlino, un cospiratore informatissimo. Tenga presente che la segretezza era massima, pur con larghe complicità: io stessa, da sempre antinazista, me ne accorsi soltanto da internata nei Lager. Goldhagen... Le citerò un nome: Michel Friedmann, che lo ha fermamente contestato. E Friedmann non è uno qualunque: è il presidente del Consiglio Centrale degli ebrei in Europa".
La nobile ombra del padre, tragicamente votato a un’impresa impossibile – separare le sorti di Hitler da quelle della patria tedesca –, la voce dall’altra Germania che testimonia sul patibolo di una resistenza pur minoritaria e contraddittoria, si allunga ancora sulla vita di Fey von Hassell, naturalmente indimenticabile. "L’ha visto in televisione, sere fa, al processo? Non lo sapevo... Mi restano di lui una vita di ricordi e tante lezioni di vita. La più importante? Opporsi sempre alla dittatura, anche in situazioni disperate". Mentre la Wehrmacht occupa Brazzà, dopo l’armistizio del ’43, costringendo Fey a una pericolosa convivenza, Ulrich von Hassell vive l’ultimo atto dello psicodramma resistenziale tedesco: una dissidenza senza popolo né esercito, senza contatti a Occidente, oppressa da un mostruoso apparato poliziesco, prigioniera dell’equazione regime-patria. Con l’angoscia del destino inesorabile nota a Seneca e a Oswald Spengler: ducunt volentem fata, nolentem trahunt.
[da Il Messaggero Veneto, domenica 3 novembre 2000]