L'Almanacco si commiata

Commiato o congedo? Ci abbiamo pensato un po’. Ha finito col prevalere commiato per evitare quel tanto di militaresco e definitivo che l’altro sinonimo comporta. Dice il vocabolario che commiato non esclude l’ipotesi del ritorno. È una concessione a quanti, con affetto, ci chiesero di evitare il suggello di un "addio per sempre" posto sulla chiusura dell’Almanacco.

Che, comunque, chiude proprio, al suo decimo anno. Il primo, dedicato al 1995, uscì nel tardo autunno del novantaquattro, con la copertina - poi sempre mantenuta - per l’occasione da Angelo Canevari ideata e realizzata. La sigla editoriale, in quell’anno, figurava della Tipografia Sallustiana, essendo le Edizioni dell’Altana ancora prive del crisma notarile. Da allora, 192 pagine per anno (più gli inserti), senza una riga di pubblicità (un nostro vanto): fate voi il conto di quante cose abbiamo dovuto metterci dentro. Un inventario, fatto qui con ragionieristica solerzia, sarebbe troppo lungo, inutile, noioso e - per noi almeno - alquanto malinconico, pari forse a quello che per la sua casa di campagna sapientemente redasse Piero Calamandrei. A pensarci, quanti disegni pubblicati in dieci anni d’Almanacco ci scorrono nella mente, quanti inediti, quanti tesori (o almeno da noi creduti tali) riportati in luce, quante invenzioni, quante trovate, quanti refusi, quante appropriazioni indebite, quanto divertimento ed anche - lasciatecelo dire - quanto lavoro per un prodotto fatto in casa, unendo al computer l’uso antidiluviano dei menabò d’un tempo, colla, forbici e ricorso ai libri della biblioteca domestica, che quando li cerchi non li trovi mai al posto loro.

Il bilancio? Crediamo, sinceramente, di non dover temere alcun giudizio esterno, anche il più severo. Se ci guardiamo in giro, di pubblicazioni più lustre, patinate e ricche, ce n’è tante; di più sofisticate ed erudite, anche. Ma con il sapore del pane cotto al forno, ancora caldo, non c’è che l’Almanacco.

Possiamo dirlo perché non è merito nostro, neanche un poco. È merito dei collaboratori che, incredibilmente, senza trarne alcun vantaggio, anzi sopportando i nostri piagnistei periodici, spesso senza neanche conoscerci di persona, all’Almanacco dell’Altana sono venuti da ogni luogo dell’Atlante, senza preclusioni di origine o di parte, recando ironia, autorevolezza, competenza, fantasia, anticonformismo, unendo - cosa che a noi tanto preme - la scienza all’arte in libertà assoluta.

Si è creata così, senza volerlo, spontaneamente, una rete gradualmente estesa sino ad avvolgere tutto l’Almanacco e di cui, davvero, possiamo essere fieri. A questi collaboratori dire grazie è poco. Incontrarli è stata la cosa di gran lunga migliore che ci è capitata in questi dieci anni. Nominarli qui tutti non possiamo. Ma i loro nomi si trovano nell’indice completo decennale (con anno e pagina della collaborazione) che troverete alla fine di questo volume.

Un ricordo a parte, però, dobbiamo a quelli che sull’Almanacco hanno scritto e che in questi dieci anni ci hanno lasciato. Il più recente, in ordine di tempo, Giuseppe Pontiggia. A lui l’Almanacco piaceva molto. Tanto che quando seppe (già tre anni fa) del proposito di chiuderlo, scrisse subito: "Non puoi, non devi". E in cambio della promessa di andare avanti, a sua volta promise di mandarci un racconto, che infatti comparve nel 2002 con il titolo Vacanze al mare. Anche per questo numero aspettavamo qualcosa di Pontiggia. "Entro giugno lo mando", aveva scritto, "l’ho segnato". Alla fine di giugno, non ha più potuto.

Era scomparso, poco prima, Dario Sabbatucci. Aveva fatto appena in tempo a vedere il suo libro pubblicato dalle Edizioni dell’Altana, intitolato Vita comica di Pirro secondo Plutarco. Con Pirro, Sabbatucci si era divertito. Lo faceva spesso. Allievo di Pettazzoni, successore di Brelich nella cattedra di storia delle religioni alla Sapienza, autore di testi di rilievo internazionale (ammirati da Vernant) sulle culture antiche, di Roma, Grecia e dei popoli mediterranei in generale (è il più citato nel recente volume di Paolo Scarpi, Le religioni dei misteri della Fondazione Valla), caposcuola d’un nuovo metodo di studi nel suo campo di cui Gilberto Mazzoleni ed Emanuela Monaco sono continuatori, Sabbatucci aveva conservato il gusto della provocazione, da indisciplinato contestatore d’ogni supponenza accademica.

Ci univa Achille Campanile. Ci divideva Immanuel Kant, la cui lettura - a differenza di quella del primo autore - era da Sabbatucci oggi considerata più o meno una perdita di tempo. Quarant’anni di amicizia e di rabbuffi, ci rendono qui difficile parlarne senza usare per lui il solo nome e senza cedere al privato rimpianto. Ma non è per noi, è per i lettori dell’Almanacco che in questa sede ricordiamo Dario Sabbatucci, di ogni suo numero collaboratore attento, originale, incapace di ovvietà e di luoghi comuni.

E ancora, non c’è più Ebe Cagli, che ci donò un racconto, Infanzia, pubblicato nel 2002. Sorella del pittore Corrado, aveva vissuto l’amarezza dell’esilio negli Stati Uniti a seguito delle leggi razziali del 1938. Di questa esperienza lasciò testimonianza struggente nei suoi libri che avrebbero meritato maggiore fama e fortuna. Un’autrice di assai alto livello, intimista ed epica ad un tempo.

Di Francesco Pennisi, musicista e pittore, custode modernissimo ma rigoroso, d’una grande tradizione familiare nella Catania di Verga e De Roberto, abbiamo già detto a suo tempo.

E così avvenne per Salvatore Galeazzo Biamonte, lo storico del jazz, e per Gilberto Forti, che sull’Almanacco del 1995 pubblicò lo splendido racconto Le prime ventidue ore di pace. È stato traduttore inarrivabile di Trakl e di Goethe, autore anche del Piccolo Almanacco di Radetzky edito da Adelphi, un perfetto "memoriale" poetico sulla vigilia di guerra nel 1914.

Come Spoon River, anche l’Altana ha la sua collina.

Chiudiano il commiato con qualche riflessione su ciò che l’Almanacco ha tentato di rappresentare. Un punto d’incontro, innanzi tutto, e di fusione fra quelle che furono chiamate "le due culture": scienza e arte, ricerca e letteratura. La scissione crediamo abbia provocato i guasti maggiori nel costume del nostro vivere civile. È possibile ricercare l’unità? L’Almanacco, nella sua velleitaria presunzione, si è almeno proposto il quesito.

Infine, la giustificazione: perché chiudiamo? Stanchezza; qualche delusione; lo sconforto che prende dinanzi al vuoto che certe mattine scorgi dall’Altana; il peso economico crescente. Ma non sono queste le ragioni determinanti. Quello che impone l’alt, è il convincimento che bisogna fermarsi prima del declino. È un segno, questo, di saggezza, appreso dalla contessa Castiglione "di cui si favoleggia", che al primo cenno di invecchiamento si rinchiuse nel suo palazzo, mise il velo agli specchi e amen.

Dieci anni passati con l’Almanacco sono molti. Un limite nostro, ma anche una fortuna, è stato che, essendo annuale la pubblicazione, abbiamo dovuto astenerci forzatamente dall’attualità. Crediamo però di non aver per questo mancato d’indicare una tendenza, uno stile, una scelta di gusti e di costume che l’attualità coinvolge e assai volentieri spesso contrasta. L’ultimo desiderio dell’Almanacco prima della fine? Che l’Italia, nei prossimi dieci anni, non più onusta di gloria diventi, ma più seria. E di chi ci governa non si sappia neanche dove sta di casa. Tutto qui? Non ci sembra poco, amici dell’Almanacco. Prendiamo così da voi commiato, e grazie.

 

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