Benedetta


Benedetta

Nata il 14 agosto del 1897, a Roma, da famiglia piemontese, Benedetta Cappa ebbe una educazione rigorosa e un’adolescenza triste ma ricca di stimoli culturali. La madre, Amalia Cipollini, di religione valdese, aveva avuto, oltre a Benedetta, secondogenita, altri quattro figli: il maggiore, Arturo, militante del Partito Socialista, sarà collaboratore de "L’Ordine nuovo" e de "Il Comunista", e, in contatto con i futuristi russi, sarà per molti anni il compagno della pittrice boema Rougena Zatkova. Aurelio morirà giovane, ma Alberto, il fratello forse più caro, giovanissimo tra i futuristi, amico di Debenedetti, dei Levi, di Gobetti (che collaborerà in quegli anni a "Roma futurista"), poi storico e saggista, pubblicherà, per le edizioni gobettiane, gli studi su Pareto e un saggio su Cavour per Laterza. Arnaldo, laureato in agraria, simpatizza invece per i popolari.

Il padre di Benedetta, Innocenzo Cappa, appartenente a questa grande famiglia, funzionario del Ministero delle Ferrovie e poi ufficiale dell’Esercito, è morto prematuramente, ricoverato in un nosocomio a seguito di un terribile esaurimento nervoso manifestatosi al fronte. Vicino ai fratelli Cappa è rimasto lo zio che porta lo stesso nome del padre, Innocenzo, il noto avvocato che ha difeso Marinetti nel 1910, nel processo intentato a Mafarka[1].

La tragica morte del padre è un evento che Benedetta non potrà mai dimenticare e che riverbera i suoi effetti, anche retrospettivamente, su tutte le altre esperienze e sulla sua visione del mondo. Attorno a questo lutto, si impernia non a caso la parte centrale de Le forze umane e tutta la bildung della protagonista, la cui presa di coscienza coincide con questa esperienza dolorosa e cruciale, con la perdita del primo referente affettivo e psicologico , "nucleo spezzato" che da uomo severo e ardito patriota si trasforma, smarrendo il senno, in una larva persa dietro i propri fantasmi. All’epoca dell’incontro con Marinetti, la fisionomia di Benedetta, da poco diplomatasi alla Scuola Magistrale e apprendista nell’atelier di Giacomo Balla, sembra riflettere ancora qualcosa di questo dramma: il volto, molto bello, appare, nelle foto, serio e intenso, i grandi occhi che divorano un ovale perfetto. La fronte ampia, libera sotto una grande massa di capelli scuri sempre raccolti, le conferisce già quell’aspetto un poco altero che indurrà Farfa, nel ’31, a far di lei la dedicataria di Regalità[2].

Così la ritrae allora Balla (Compenetrazione-ritratto di Benedetta[3]), così la ritrarranno ancora molti anni dopo Prampolini (Ritratto di Benedetta, 1931, dove appare sullo sfondo di un fantastico e aereo panorama ) e Dottori (ne La famiglia Marinetti, 1932-33, insieme al marito e alle figlie ). Così, soprattutto, la conobbe Marinetti, che da lei resterà subito preso, come testimoniano gli appunti presi a caldo nei Taccuini4 e le contemporanee poesie A Beny:

O Beny / eau bénite! / Aubepine chère / a l’oeillet rouge /sang de bouge / et de chaire en guerre / que je suis! / ... / Beny eau bénite / qui déborde / ... / Lait divin / dans mon écorce rude / moi / noix / de ton coco[5].

Je te boude / o mavie / par qui ma vie / fut ravi...[6]

Je te dédie ces quinze vers alexandrins / Tous domptés par la loi et soumis au destin / Tu préfères un vers libre aime-les néammoins / Et n’oublie pas que ce vieux mot Fidelité / Est le plus neuf de tous les mots en liberté[7].

Presto, Benedetta e Marinetti, cominceranno a vivere insieme ad Antignano, a Capri, poi a Oneglia. Si sposeranno nel ’23, a Villasanta di Monza, con cerimonia privata, testimone Umberto Notari, e, dopo pochi mesi a Milano, si stabiliranno definitivamente a Roma. Il matrimonio sarà allietato da tre figlie: Vittoria (1927), Ala (1928), Luce (1932), teneramente amate e educate in scuole tradizionali, tra l’altro al "Sacro cuore" di Roma).

Nel frattempo, Benedetta inizia la sua attività artistica: si cimenta in una prima sintesi parolibera con un (non ancora dichiarato) ritratto spirituale di Marinetti (Spicologia di un uomo, in "Dinamo", I, 1, Roma, febbraio 1919, p.24); pubblica, nel 1924, Le forze umane (per i tipi della Franco Campitelli Editore, di Foligno), inizia a collaborare a varie riviste (la sua firma, nel corso degli anni, comparirà su "Rinascita", "Vetrina futurista", "Oggi e domani", "Futurismo/Sant’Elia", "Futurismo", "Rassegna nazionale", "Mediterraneo futurista", "Origini" e nel Consiglio direttivo di "Stile futurista" e di "Città nuova").

Già dal ’24, inoltre, con una relazione sulla pittura futurista, Benedetta partecipa al Primo congresso del movimento a Milano; espone nel ’26 alla XV Biennale di Venezia; firma nel 1929, con Marinetti, Balla, Depero, Dottori, Fillia, Prampolini, Somenzi, Tato, Il manifesto dell’aeropittura[8], ambito nel quale si distingue, accanto a Dottori, per la sua produzione, lirica e trasfigurata, di paesaggi in volo. Un tardo articolo di Cangiullo getta invece qualche dubbio sulla partecipazione di Benedetta all’invenzione del tattilismo[9], sul quale Marinetti aveva già preso alcuni appunti nel 1917, insinuando che il suo contributo a questa nuova arte "farmaco-sociale" sia stato tardo e convalidato da Marinetti ex post, quale omaggio e tributo d’affetto alla consorte[10]. Come scenografa, Benedetta lavorerà inoltre agli allestimenti e, in qualche caso, alle coreografie, de L’oceano del cuore, di Simultanina, di Vulcani di Marinetti, che, in quegli anni, segue spesso in numerosi viaggi all’estero: dall’Argentina al Brasile all’Egitto.

In tutte queste molteplici attività, Benedetta si distingue per il suo specifico linguaggio ultralirico e "idealistico", che influirà anche su Marinetti[11]. Forse pure per questi motivi, Benedetta non è sempre benvoluta dai futuristi: molti pensano che la sua presenza a fianco di Marinetti ne abbia attenuato l’impeto rivoluzionario, che lo abbia accompagnato verso quella "normalizzazione" che lo condurrà a un armistizio con le istituzioni e alla carica di Accademico. Certo, negli anni della costituzione dell’ "impero", anche Benedetta crede al "nuovo corso" della politica italiana e, con l’approssimarsi della guerra, sentirà la necessità di sostenere il morale delle truppe e del popolo italiano, con scritti in cui si esalta il senso della dedizione alla patria e alla famiglia. Sosterrà poi Marinetti, quando, nel 1938, egli esprimerà pubblicamente la sua condanna per l’infamia delle leggi razziali[12].

Intanto, nel 1931, è uscito Viaggio di Gararà, "romanzo cosmico per Teatro" (Milano, Giuseppe Morreale Editore); nel 1932 (ottobre-dicembre), sulla rivista "Futurismo", il paradossale Progetto futurista di reclutamento per la prossima guerra, che prevede una "leva rovesciata".

Nel 1935-‘36 Benedetta sostituisce Marinetti in una rubrica di conversazioni radiofoniche[13]. Finalmente, esce Astra e il sottomarino (Napoli, Gaspare Casella editore), la cui singolare orditura spinge alcuni critici ad occuparsi con più attenzione di lei. A Milano, la festeggiano Ada Negri e Paolo Buzzi[14]: "Benedetta tre volte - le scrive Ada Negri, in un messaggio personale - [...] per la forza eccezionale del Suo ingegno, per cui si è rivelata artista e scrittrice d’eccezione, in un campo astratto e astrale assolutamente suo". Compaiono, poco dopo, alcune monografie su di lei ad opera di Francesco Orestano (Opera letteraria di Benedetta[15]), di Bruno Sanzin, (Benedetta, aeropoetessa aeropittrice futurista[16]) e di Laura Serra (L’opera letteraria di Benedetta ecc.[17]).

Per la famiglia, tuttavia, inizia un periodo di serie difficoltà: Marinetti, che ha profuso nel movimento buona parte delle sue sostanze, si trova ora in ristrettezze finanziarie ed ha problemi di salute. Ciononostante, decide di partire per la Russia, come il cognato Alberto, che, pur essendo liberale, si era arruolato volontario negli alpini della Cuneese, e che, proprio in Russia troverà una morte terribile. Marinetti rientrerà alla fine del ’42, già accusando seri disturbi di cuore. Nell’ottobre del ’43, dopo l’armistizio, Marinetti e Benedetta, lasciata la casa di Roma a Carlo e Nedda Grassi, riparano con le figlie a Venezia, poi, con l’avanzare degli alleati, si trasferiscono sul Lago di Garda, infine a Bellagio. Qui le condizioni di salute di Marinetti si aggravano e il governo svizzero gli offre la possibilità di farsi curare in una clinica. Non ne avrà il tempo: il 2 dicembre Marinetti muore in seguito a una violenta crisi cardiaca. Benedetta rievocherà in un intenso, commosso scritto Agli amici futuristi i suoi ultimi momenti. Rimasta sola ad occuparsi delle figlie, erede di un lascito morale e culturale assai gravoso da portare nei difficili frangenti successivi alla Liberazione (sarà fermata, il 25 aprile, a Bellaggio, e trattenuta per breve tempo) e anche negli anni dell’immediato dopoguerra , non scriverà più[18].
I suoi ultimi anni li trascorrerà, assistita dalle figlie, tra una clinica e l’altra. Morirà, dopo una lunga malattia a Venezia, il 15 maggio del 1977.


1 Cfr. E Settimelli, I processi al futurismo per oltraggio al pudore, con arringhe di S.Barzilai, L.Capuana, I.Cappa, ecc. Rocca San Casciano, Cappelli, 1918.

2 Si tratta di un poema-affiche, pubblicato, s.i., nel 1931.

3 Il quadro fu iniziato, sembra, nel 1919 ma venne terminato e regalato da Balla a Benedetta solo nel 1950.

4 F. T. Marinetti, Taccuini 1915-1921, a c. di A. Bertoni, Bologna, Il Mulino, 1987, pp. 461 sgg.

5 Da F. T. Marinetti: Poesie a Beny, Torino, Einaudi, 1991, pp.7-9.

6 Poesie a Bény, cit., p. 25

7 Poesie a Bény, cit., p. 23.

8 Sulla "Gazzetta del Popolo" di Torino, il 22 settembre 1929.

9 Su questo, cfr. Alberto Viviani, Dal verso libero all’aeropoesia, Torino, Paravia, 1942, p.118 e dello stesso Marinetti, tra l’altro, Tattilismo, in "Stile futurista", a. II, 15-16 dicembre, 1935-XIV, p. 27.

10 Cfr. F. T. Marinetti, Taccuini, cit., pp. 50-51 (1917) e Francesco Cangiullo, Serata futurista nella casa di Marinetti a Corso Venezia a Milano, "Il Tempo", 27 novembre 1966.

11 Scrive Marinetti nei Taccuini, cit.: "Trovo, parlando con [Beny] la vera teoria della "Sensibilità errante". Scopro per intuizione che tutte le ondate di sensibilità vissute da noi non possono spegnersi o morire subito. Certamente si staccano da noi totalmente o in parte e rimangono, più o meno legate a noi, intorno a noi. Formano l’alone della nostra vita, come una speciale massa gassosa segue un astro. Sono l’atmosfera nostra [...] I filosofi come Bergson non hanno mai intuito questa esistenza fuori di noi intorno a noi delle sensibilità-sensualità quasi materiali erranti, perché non vivono intensamente passionalmente la vita. [...] Essi non sentono i nuclei brucianti di vita dinamica" (5 maggio 1920, pp.481-82) e, durante un soggiorno con Beny a Capri (settembre 1921), a seguito di una conversazione con lei, annota: "Una tristezza di 40 chili/Un dolore di 2 tonnellate/Un appetito di istrice/Un cubo di gioia/Una spirale di fantasia/Un cono di volontà/Una piramide di ambizione/Un pennacchio di gioia/ Stati d’animo disegnati/ o Disegni di Forze" (Taccuini, cit., p. 503).

12 Sull’argomento cfr. fra l’altro: Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1971-1972 e Milano, Mondadori, 1977, in due voll. (Vol. I, pp. 370-374); Fausto Coen, Italiani ed ebrei, come eravamo (le leggi razziali del 1938), Genova, Marietti, 1988, p. 127; Klaus Voigt, Il rifugio precario (gli esuli in Italia dal 1933 al 1945), Firenze, La Nuova Italia, 1993, p. 487 n. e 489; Claudia Salaris, Marinetti, arte e vita futurista, Roma, Editori Riuniti, 1997, pp. 308-315.

13 Così testimonia Pino Masnata, in una lettera a Benedetta, s.d. (ma 1935), conservata nel Fondo Marinetti della Beinecke Library, Università di Yale (b.13, f. 708).

14 Cfr. Nenè Centonze (Antonietta Drago), La pittrice futurista Benedetta, in "Stile futurista", a.II, n.10, giugno 1935- XIII, pp.10-11.

15 Roma, Edizioni futuriste di "Poesia", 1936.

16 Roma, "Rassegna nazionale", 1939

17 In "Autori e Scrittori, Mensile del Sindacato Nazionale", 2, anno settimo, Roma, febbraio 1942 - XX.

18 Salvo l’intervento riepilogativo Le futurisme, nel Catalogo della Mostra di Parigi -la prima del dopoguerra dedicata all’arte italiana del XX secolo (Paris, Editions "Cahiers d’art", 1954).


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