Il Sole-24 Ore
Interpretazioni - E se l'autore dell'Odissea fosse una donna?
Le astuzie femminili di Ulisse
La tesi è stata sostenuta nell'800, in un libro affascinante ora tradotto, da Samuel Butler che attribuì a Nausicaa il grande poema omerico
di Dario Del Corno
Ogni dogma porta di necessità con sé la propria eresia, la smania di confutare la centralità del sistema; e poco importa se questo a sua volta afferisca a un dominio appartato, come si suole considerare la filologia. La taccia di "separatista" - destinata a un'ampia fortuna - fu coniata per relegare nell'inferno degli eversori due filologi alessandrini, colpevoli di non credere che Omero avesse composto tanto l'Iliade che l'Odissea: e per inciso, la contraddizione delle umane cose volle che fosse proprio quell'infamia a salvare dall'oblio i nomi di Zenone ed Ellanico. Invero non si poteva negare che tra i due poemi corressero essenziali differenze: ma la tradizionale immagine del gran vecchione cieco era una sigla che valeva più di ogni ragionamento. Il rimedio era a portata di mano, e anche il più acuto critico letterario dell'antichità, l'anonimo autore del trattato Sul sublime, ricorre alla soave fatuità del compromesso: Omero cantò nel fervore della giovinezza il fragore delle armi e i nostalgici sensi della vecchiaia lo ispirarono a raccontare la felicità del ritorno alla casa.
Si dovette così attendere la seconda metà dell'Ottocento perché l'opposizione fra i due poemi venisse ricondotta alla dicotomia primaria del genere umano: se l'autore dell'Iliade fu certo un uomo, non poté essere che una donna a comporre l'Odissea. E tanto sensazionale scoperta, a sua volta, non poteva appartenere che a un inglese: ad anticiparla era stato il campione della filologia d'oltre Manica, il sommo Richard Bentley, sentenziando che il poema era stato scritto "da un uomo per le donne". Certo, è il paziente Odisseo ad accollarsi il fardello degli avvenimenti: ma cosa sarebbe la storia del suo ritorno e della sua vendetta senza la corona di figure femminili, che danno profondità alle ansie del suo cuore? E lasciamo pure da parte la serie variegata dei suoi amori: Penelope fedele, la fresca Nausicaa, la maga Circe, Calipso piena di malinconia. Ma nel nome parlante di una comprimaria, Arete regina dei Feaci, si accampa "la virtù" stessa: quale uomo in veste d'autore avrebbe mai tributato tanta reverenza all'altro sesso, accettando persino di sottomettere il re Alcinoo a ogni decisione della sua signora? "Non ti curare di lui", così Nausicaa avverte il naufrago, "ma va diritto da mia madre, e abbraccia le sue ginocchia: ciò che lei vuole, lui fa".
Basta con la superstiziosa fede in Omero, dunque. L'Odissea si deve a una donna: "Giovane, autoritaria, nubile", ossia con ogni probabilità Nausicaa stessa. A rompere con la tradizione fu Samuel Butler, romanziere e saggista vissuto dal 1835 al 1902, celebre per il romanzo The Wav of All Flesh (Così muore la carne), e per le utopie Erewhon e Erewhon Revisited (Ritorno a Erewhon). Artista eccentrico e poliedrico, oltre che erudito di vasto respiro, tradusse i poemi omerici, meritandosi il grato elogio di Joyce, che definisce la sua prosa colloquiale "immensely helpful"; e compose insieme a Henry Festing Jones parole e musica di un oratorio Ulysses (confesso l'ignoranza di non averlo annoverato tra i precedenti di Outis).
Butler aveva due passioni, l'Odissea e la Sicilia - stranamente (o naturalmente) non le donne, tanto che si lasciò rovinare da un mantenuto -. Gli riuscì di combinare l'una e l'altra delle sue manie trasferendo i casi di Ulisse (oltre che la stessa Nausicaa-autrice) nei dintorni di Trapani, con gran dovizia di documentazione logistica e linguistica. È questa dottrina che gli permette il gioco d'equilibrio fra parodia e discorso scientifico in cui risiede il fascino di questo libro, finalmente accessibile al lettore italiano (una traduzione pubblicata a Trapani nel 1968 ebbe limitata circolazione ed è da tempo introvabile). L'arguta vivezza dell'originale è felicemente salvaguardata dalla versione di Donata Aphel, che firma anche l'introduzione; una prefazione di Dario Sabbatucci esorta saviamente ad abbandonarsi al piacere della lettura, fuori da ogni sorta di pregiudizi scolastici. Un raro dono è infine l'aggiunta, in appendice, di una sezione del diario di Henry Festing Jones, compagno di Butler nelle escursioni per il territorio di Trapani.
Butler formula i suoi teoremi con assoluta serietà - ma senza dar mostra di prenderli troppo sul serio -. "Si può obiettare che è molto difficile per una donna scrivere un capolavoro come l'Odissea. Ma ciò si può dire anche per qualsiasi uomo. Nelle molte centinaia di anni trascorsi da quando fu scritta l'Odissea, nessun uomo è stato capace di creare un'altra opera che potesse starle alla pari". Ciò è assolutamente vero, tanto quanto è assolutamente assurdo: nell'impassibile enunciato del paradosso riconosciamo la grande impronta di Swift. Possenti trattati di filologia esplorarono i problemi dell'Odissea nell'epoca in cui Butler ne confutava il presupposto principale - l'esistenza di Omero -. Per quanto tali volumi segnassero tappe cruciali nel progresso degli studi, ora sono rugginosa materia di specialisti mentre il saggio di Butler mantiene intatta la sua forza di attrazione -. A vincere la prova del tempo sono i libri che possiedono l'energia dell'arte, e imprigionano il lettore nella rete di un'autonoma realtà "L'autrice dell'Odissea ama i frivoli inganni e le mistificazioni evidenti. Le sue caratteristiche sono il piacere nel dire piccole bugie e la tendenza a vedere le cose in due diversi aspetti, se ciò le conviene. Ma ciò non pare preoccuparla; pare che pensi: questo è il racconto, prenderlo o lasciarlo". Come se Butler stesse parlando non solo della "sua" Nausicaa, ma anche di se stesso...
Il gioco speculare fra Butler e l'autrice dell'Odissea tocca il vertice nell'analisi di Penelope, che è la chiave di tutta l'argomentazione. Non più di prima freschezza, presunta vedova, madre di un figlio adulto e per giunta alquanto pedante, essa si trova circondata da aspiranti sposi che per diversi anni spasimano di passione per lei, mentre dilapidano i suoi averi. Amanti perfetti quanto perfetti scrocconi; dal canto suo Penelope resiste alle loro profferte, ma non li allontana definitivamente. Se dobbiamo credere che fosse davvero così astuta. il suo comportamento riesce inspiegabile: una donna conosce mille espedienti per disgustare un corteggiatore non desiderato. Trascegliamo qualche esempio dal repertorio di Butler: "Li fece litigare, ripetendo loro quanto ciascuno diceva contro l'altro? Escogitò di mandarli a fare commissioni, dicendo poi stizzita di non averne più bisogno e comunque dimenticandosi di pagarli? Lesse mai loro le lettere di suo nonno? Cantò mai per loro le sue canzoni?" e così via; ma Penelope si limita a esortarli all'attesa, finché non abbia finito di tessere il sudario per il suocero, peraltro vivo e vegeto nel suo campicello. C'è qualcosa di sospetto in questa fedeltà incompleta e vagamente malaugurosa: e le fonti antiche pullulano di maligne illazioni. Insomma, la domanda era: "L'ha fatto, o non l'ha fatto?" (così Butler, con franchezza poco vittoriana). L'autrice scese in campo per dimostrare che non l'aveva fatto; per salvaguardare l'onore di tutte le donne: un puntiglio che è improbabile ascrivere all'Omero dell'Iliade, o a qualsiasi poeta di sesso maschile.
Chi temesse che in tali fuochi d'artificio vada di mezzo il rigore scientifico, si rassicuri. Butler conosce a puntino i risultati della filologia, sa che gli alessandrini negavano l'autenticità dell'ultimo canto dell'Odissea, considerandolo indegno di Omero. Egli si trova assolutamente d'accordo con gli studiosi antichi, poiché questa è un'altra dimostrazione irrefutabile del teorema: l'autrice decise di finire il poema senza curarsi troppo dello stile - perché a quel punto il marito, ancora da trovare nel canto VI, oramai Nausicaa l'aveva trovato -.
Ma c'era una cosa che Butler non poteva sapere: il suo fantastico gioco di specchi avrebbe suggestionato infiniti lettori, e uno scrittore. La principessina sicula Nausicaa era destinata a continuare la sua carriera di autrice, intersecando all'Odissea, la propria autobiografia immaginaria e sarebbe diventata nel romanzo di Robert Graves, la figlia di Omero.
[Da Il Sole-24 Ore, Domenica 26 luglio 1998, n. 203, pagina 27]