"Addio, carissimo Giacomo mio..."
Trascrizione d’una lettera scritta da Monaldo Leopardi il 15 marzo 1829, durante un breve soggiorno romano, al figlio Giacomo che da Recanati manifestava il desiderio di trasferirsi, come in effetti fece l'anno seguente accettando l'invito rivoltogli da Pietro
Colletta a Firenze (cfr. Lettere scritte a Giacomo Leopardi dai suoi parenti a cura di G. Piergili. Firenze, Le Monnier, 1878, pp. 274 e s.).
Roma 15 marzo 1829
Mio amatissimo figlio,
Come voi non avete desiderato mai cosa meno che onesta, così io non mi sono mai opposto a’ desiderii vostri, e non mi opporrò a quello che mi dimostrate con l’ultima vostra lettera.
Ma il consenso che io vi darò, sarà contradetto dolorosissimamente dal mio cuore. Né sarà mai possibile che io, senza lagrime amare, transiga con la idea di vedervi stabilito a centinaia di miglia lontano da me, di passare in compagnia vostra pochi incerti momenti accordati dalle vacanze, e di palpitare ad ogni posta per lo stato della vostra salute. E quando vi sentirò ammalato, e per gli anni che crescono e per gli incomodi che si affollano, non potrò volare a vedervi, io sentirò anticipatamente le angoscie della morte.
Credevo riservato ai miei figli il dolore di separarsi da me, quando cederò alla natura: ma Iddio mi ha desinato quello indicibile di perdere i miei figli* prima di lasciare la vita. Sia benedetta la sua Santissima volontà.
Pure, se non il cuore, almeno la mente potrebbe convenire nella vostra deliberazione quando vi conoscessi nella necessità di procurarvi uno stabilimento; ma appunto di questa necessità io non ravviso neppure un’ombra. Voi siete moderatissimo ne’ desiderii e discretissimo nelle esigenze; per cui nella casa vostra non soffrite mancanze.
Conosco che ogni anno, o almeno in ogni due anni, può convenirvi un viaggetto di qualche mese: ma a questo io potrò moderatamente supplire; e molto più se Iddio, come spero, mi libera dalle mani di questo Maroni**. Alla mamma poi potete domandare la minuta del mio testamento già fatto, e in esso vedrete come ho provveduto allo stato vostro dopo la mia morte. Quale è dunque quella necessità che v’impone di abbandonare il tetto paterno, di allontanarvi dalle braccia di quelli che vi amano tanto, e di cercare altrove un pane servile, lasciando quello che avete in casa vostra somministratovi dalla natura, e condito da quell’amore e da quelle carezze di cui dovrete dimenticare per fino la immagine?
In fine io no so, né quali cattedre vi vengono esibite, né da quali emolumenti siano accompagnate; ma so, e ritenetelo come il vaticinio di un padre, che voi non vi ci ritroverete contento, che la vostra salute ne soffrirà, e che in fine dell’anno le vostre fatiche, i vostri stenti e gli emolumenti vostri non vi avranno procurato niente di più di quello che già tenete.
Ripeto, Giacomo mio, che voi siete in piena libertà di risolvere, e il partito che prenderete, sarà accompagnato dalla mia benedizione; ma un padre, parlando al suo primogenito, non doveva mascherare il proprio cuore. Bensì intorno a questo mestissimo argomento trattenetemi il meno che potete.
Anderò indubitamente da monsignor Mai***, e gli darò i vostri saluti. Fui, come vi scrissi, da monsignor Muzzarelli, ma non essendo egli tornato da me, non ho avuto occasione di tornare da lui. Nulladimeno quando io sia meglio rimesso, andrò a rivederlo.
Addio, carissimo Giacomo mio. Conobbi che l'Euripide doveva essere Opera pregevole, e la presi espressamente per voi. Qui in punto libri potrebbero farsi tesori; ma perché i desideri dell'uomo debbono essere guidati dal giudizio, io vedo e non tocco; anche perché gli altissimi prezzi che domandano, fanno venire la collera. Abbracciate Carlo e i fratelli, e vi benedico con tutto il mio cuore. Vostro affezionatissimo padre.
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di perdere i miei figli. Dei nove figli avuti dopo Giacomo solo quattro erano sopravvissuti.(**)
di questo Maroni. Allusione a una delle tante tribolazioni finanziarie che afflissero Monaldo e di cui si parla nell'Autobiografia.(***) monsignor Mai. È quell’Angelo Mai (1782-1854), gesuita e filologo, a cui Giacomo aveva intitolato nel 1820 la celebre "canzone" per il ritrovamento dei primi due libri del De Republica di Cicerone.