Questo testo ha vinto il premio "Io Libro" 2003 ed è stato pubblicato sull’Almanacco dell’Altana 2004

 

Monica Berté

Frammenti di un culto

 I. L’arca di Arquà.

Una fulgida mattinata di luglio del 1874 una fila di carrozze si mosse alla volta di un piccolo paese del Veneto, Arquà, per onorare le spoglie di Francesco Petrarca che lì era morto ed era stato sepolto cinquecento anni prima. Non fu il primo né sarebbe stato l’ultimo pellegrinaggio laico promosso dallo Stato da poco nato: la conquista dell’indipendenza e la necessità di aggregazione del popolo intorno a un sentimento unitario e patriottico comportarono la creazione di miti nazionali attraverso un programmatico recupero del passato, nel quale l’Italia aveva goduto di un primato culturale e civile. Il 20 settembre del 1870 le truppe italiane erano entrate a Roma. Subito dopo l’unificazione la classe politica mirò a dar corpo alla rappresentazione simbolica della nazione, alla creazione di una sua tradizione; il che poteva e doveva realizzarsi in ogni modo e con ogni mezzo. Un efficace espediente fu quello di definire ‘tempi e luoghi della memoria’ che consentissero agevolmente di muovere la fantasia e le emozioni di ampie fasce di popolo. La ‘memoria spaziale’ si poteva fondare su monumenti, luoghi ricreativi, giardini, arredo urbano di vario tipo e naturalmente piazze e strade con le loro speciali intitolazioni. Così quasi in ogni piazza e strada di paese sorsero statue di eroi nazionali o locali; su ogni edificio pubblico e in ogni manifestazione popolare sventolò il tricolore. La ‘memoria temporale’ si realizzò invece con l’interruzione della vita consueta, della quotidianità, tramite quindi l’istituzione di una festa pubblica, di una cerimonia ufficiale. L’una e l’altra memoria potevano intersecarsi e, talvolta, la prima poteva nascere dalla seconda per ottenere il massimo di intensità celebrativa(1). Una mattina di luglio del 1874 – si diceva –, il 18 del mese per la precisione, cadeva il quinto centenario della morte di Petrarca. Per celebrare la solenne ricorrenza fu organizzato, fra le altre cose, un pellegrinaggio ad Arquà. L’itinerario, ravvivato dalla vista ininterrotta di case imbandierate e di stendardi dei vari comuni che s’incontravano lungo la strada principale, prevedeva una sosta per colazione a Battaglia e una visita di villa Wimpfen. Al loro arrivo gli ospiti furono accolti dai carabinieri reali, dalla cavalleria e dagli abitanti del paese che attendevano l’evento da settimane con commovente entusiasmo. Stando a quel che scrisse il 21 dello stesso mese il corrispondente del quotidiano L’Opinione, i contadini del posto, sia uomini che donne, avevano collaborato spontaneamente, lavorando gratis ogni domenica, per costruire muri e spianare la strada che conduceva alla casa e alla tomba di colui che avevano ribattezzato il Patriarca. Anche se il cronista segnalava il fatto come un esempio mirabile di venerazione e d’amore dei paesani per l’autore del Canzoniere, oggi appare quanto meno singolare che tanta dedizione fosse riservata a un uomo di cui si ignorava perfino il nome al punto di storpiarlo. ‘Patriarca’ infatti non è che banale corruzione di ‘Petrarca’, tuttavia significativa: l’eco biblica e religiosa della corruttela lascia immaginare un’affabulazione emotiva da cui i villici furono catturati e dalla quale furono guidati. Del resto, Petrarca non era nuovo a queste curiose forme di venerazione. Da tempo l’arca squadrata di marmo rosso, che custodiva le ossa del poeta poggiata su quattro esili pilastri, era oggetto di culto spontaneo da parte di poeti, studiosi, politici, soldati, stranieri, come anche di contadini ignoranti, monelli spensierati, signorine imbellettate. La devozione, in qualche caso, degenerò in fanatismo: nel corso dei secoli non pochi furono i tentativi di furto delle sacre reliquie.

Il primo episodio noto di violazione della tomba petrarchesca avvenne in una notte di maggio del lontano 1630 ad opera di un domenicano, Tommaso Martinelli, parroco da qualche mese ad Arquà, che levò con tanto di scalpello e sega un tassello di pietra dell’arca e da quel foro trafugò due ossa di un braccio di Petrarca, aiutato da un gruppetto di paesani, con i quali sovente il frate si intratteneva a cena e faceva baldoria bevendo e ballando. Un documento coevo fece l’ipotesi, capziosa e infondata, che il Martinelli fosse stato mandato dai fiorentini ansiosi di avere fra le loro mura almeno una reliquia petrarchesca e invidiosi della gloria di Arquà(2). La notizia del furto si diffuse a Padova, che non tardò a inviare un notaio per istruire il processo; un giudice ordinò il sopraluogo. Il frate sacrilego fu condannato a dieci anni di reclusione, ma riuscì a fuggire prima dell’arresto(3). Le autorità locali – come testimonia il verbale del 23 giugno del 1630 – provvidero a richiudere e sigillare il foro, non prima però di aver accertato le condizioni dei resti petrarcheschi. Dal medesimo verbale, steso al momento della constatazione legale ordinata dal giudice sul luogo profanato, si ricava la notizia del colore della chioma di Petrarca: "la testa di esso defonto… haveva d’intorno atacati li capelli in modo di zazara di honesta longezza rossi sotilli et rizzi che parevano per la belezza sua di creatura vivente, essendoli di più stato ritrovato un capuzzo nero sopra la testa"(4); la scoperta era tanto più sorprendente dal momento che Petrarca più volte nei suoi scritti aveva sostenuto di essere incanutito in giovane età. Come poteva allora il poeta aver conservato una capigliatura fulva fino settant’anni? La spiegazione più plausibile fu che le sostanze coloranti dell’asse di larice su cui era distesa la salma avessero alterato il colore della chioma; ma – come qualcuno fece notare(5) – era difficile ammettere che il larice avesse colorato i capelli che non erano a diretto contatto con la bara, anche volendo trascurare il fatto che, oltre tutto, questi erano stati trovati avvolti in un cappuccio di panno nero. D’altro canto, però, si poteva davvero credere che quel colore rosso fosse autenticamente di Petrarca? Ciò avrebbe significato che il poeta aveva falsamente raccontato di avere la chioma bianca fin dalla prima gioventù per sembrare più simile a Numa Pompilio e a Virgilio, i quali imbiancarono precocemente(6), ma che in realtà non aveva mai smesso di curare il proprio "tenerum et labile come decus"(7) per apparire eternamente giovane nell’aspetto, nonostante in una lettera a Giovanni Boccaccio# si fosse dichiarato pronto ad accettare la vecchiaia e contrario a qualsiasi rimedio per nasconderla(8).

Dall’esame dello scheletro risultò inoltre che Petrarca aveva avuto una corporatura possente: una grande e forte muscolatura, un femore più corto dell’altro e un’altezza notevole. Che il divino poeta in vita, oltre a tingersi i capelli, si fosse premurato anche di mantenere una forma fisica invidiabile(9)? Certo una simile premura non sarebbe troppo conciliabile con l’immagine di lui lettore appassionato e scrittore infaticabile, chiuso nel suo studiolo, chino sui codici fino a notte fonda. Ma non sempre del resto, si sa, in Petrarca le ambizioni e le esigenze dell’uomo coincisero con quelle del letterato(10).

In seguito ci furono altri tentativi, sia pure vani, di profanare la tomba di Arquà. Così col passare dei secoli il monumento dovette ridursi in condizioni tanto precarie che se ne temette il crollo da un momento all’altro. Un benefattore locale, il conte padovano Carlo Leoni, nel 1843 si offrì di restaurarlo a proprie spese. Era la prima volta che l’arca veniva ufficialmente scoperchiata(11). Si racconta che al momento solenne dell’apertura una folla di contadini accorse curiosa per ammirare i resti e per strappare un brandello di veste di colui di cui non conoscevano neppure un verso. Agli intervenuti fu consentito di vedere, ma non di toccare la salma di Petrarca, mentre il mecenate locale, il Leoni, fu autorizzato a prenderne una costola, che l’anno successivo, nel 1844, fu donata dal Consiglio comunale di Arquà al comune di Padova. Nel 1855, però, il Governo austriaco ordinò che la costola fosse ricollocata nella tomba(12).

Qualche tempo dopo, nel dicembre del 1873, l’arca fu aperta ancora una volta e venne affidato da alcuni comuni del Veneto e dall’Accademia dei Concordi di Bovolenta a Giuseppe Canestrini, scienziato darwinista e docente dell’Ateneo padovano, il compito di portare avanti, secondo la moda dell’epoca, uno studio di interesse antropologico sui resti del poeta. La nuova apertura però riservò una delusione a tutti i presenti, specialmente ai responsabili: l’aria penetrando nella tomba ridusse in pezzi il cranio di Petrarca, che per cinque secoli aveva resistito all’azione demolitrice del tempo, e lo rese inutilizzabile per l’esame antropologico. Il Canestrini quindi poté solo parzialmente far sfoggio della sua acribia scientifica concludendo, dopo un accurato esame, che la scapola trafugata più di due secoli prima da Tommaso Martinelli era al suo posto, mentre mancavano l’omero e il cubito destro, nonché altre ossa delle mani e dei piedi, queste ultime sparite probabilmente non a causa di un furto, ma perché consumate dal tempo(13).

 

II. "La vita di Messer Petrarca ovvero er brigattiere ‘struvito".

Se Arquà fu l’indiscusso fulcro delle celebrazioni italiane per il centenario petrarchesco del 1874, trenta anni dopo, nel 1904, toccò ad Arezzo il ruolo principe nell’organizzazione dei festeggiamenti per il sesto centenario della nascita del poeta. Lì, in via dell’Orto numero 22, era nato Petrarca. Accanto alle consuete iniziative pubbliche, concentrate nei giorni dal 20 al 25 luglio e registrate dal "Bollettino degli Atti del Comitato", l’organo di stampa ufficiale di quel centenario petrarchesco(14), Arezzo rese omaggio al divino poeta anche con forme di culto originali e spontanee, anche se poco visibili. Poeti, pensatori, personaggi più o meno celebri del passato furono sfruttati e strumentalizzati dal giovane Governo italiano per compattare il paese nel nome loro, ma la maggior parte di quei nomi era già patrimonio della tradizione popolare preunitaria. Il nuovo Stato, che a questo patrimonio preesistente attinse abbondantemente, dovette però fare i conti con la frantumazione regionale, per non dire municipale, della memoria storica e culturale del paese: la volontà di rinsaldare l’unità della nazione non garantì l’automatica scomparsa di gelosie, rivalità e particolarismi locali; anzi, in un certo senso, ricorrenze e manifestazioni come quella petrarchesca legittimarono qualsiasi comune a partecipare in proprio ai fasti nazionali, purché riuscisse a escogitare un pretesto plausibile; e Arezzo con Petrarca nel 1904 si impegnò per riuscirci meglio di altre città.

La casa editrice Sinatti del ricordato "Bollettino" delle celebrazioni aretine fu la stessa che pubblicò una raccolta di sonetti romaneschi dal curioso titolo La vita di Messer Francesco Petrarca ovvero er brigattiere ‘struvito, firmata da un certo Francesco Gavagni. Dell’autore non si sa quasi nulla: il titolo, l’argomento, il luogo di pubblicazione della maggior parte dei suoi scritti – la raccolta di sonetti non è l’unica sua opera – fanno supporre che fosse originario d’Arezzo, o comunque molto legato alla città toscana, e che fosse un insegnante(15). Non si sa con sicurezza neppure se La vita di Messer Petrarca sia stata confezionata appositamente per la ricorrenza centenaria, ma certo il luogo, la tipografia e la data (Arezzo, Sinatti, 1903) non sembrano casuali. Forse a Francesco Gavagni, che, a quanto risulta, né prima né dopo avrebbe più dedicato una riga a Petrarca, venne l’idea di comporre questa anomala biografia in versi per rendere un omaggio tutto personale al poeta e contribuire, sia pure in modo eccentrico, alle feste aretine. Il ricorso al dialetto romanesco, che a quella data era a tutti gli effetti consacrato e usato come lingua letteraria, non deve intendersi come reazione allo spirito unitario e nazionale, ma anzi come un apporto alla costituzione e al rafforzamento di quello stesso spirito(16). Al nostro versatile insegnante non si possono negare la voglia di cimentarsi in un genere nuovo, quello della poesia dialettale (e in un dialetto che verosimilmente non fu il suo d’origine), e un risultato complessivamente felice per sforzo compositivo e originalità del soggetto.

Nella celebre casa natale di Petrarca ad Arezzo ebbero per lungo tempo il loro quartier generale le guardie di pubblica sicurezza. Ed è qui che si ambienta il racconto poetico di Gavagni (in tutto undici sonetti collegati gli uni con gli altri a mo’ di canzoniere(17)), che narra la vicenda tragicomica di un ingenuo brigadiere, "Putifarre Impasta"(18). Tutto ebbe inizio da un curioso, quasi morboso interessamento del protagonista per l’iscrizione petrarchesca apposta sulla facciata della sua caserma in via dell’Orto: come poteva il divino poeta essere nato in una caserma? Pensando e ripensando, il brigadiere ebbe finalmente un’intuizione per lui risolutiva: lo sventurato padre esule di Petrarca altri non era stato che un misero bandito fiorentino, il quale un bel giorno fu catturato, condotto e trattenuto nella caserma di via dell’Orto insieme con la moglie incinta. La donna, la stessa notte dell’arresto, partorì Francesco:

 

‘Mbè avete da sape’ che cqui(19), na vorta,

ce nacque nu poveta bell’è bone,

ciovè Petrarca, onor de la nazione,

propio come la lapida ariporta,

 

Perché ‘r padre, un bannito de Firenze,

ggiunto qua co la moje, fu arestato

e cqui tradotto senza arisistenze.

 

‘Ndove lei, ch’era ‘ncinta, fresco fresco,

la notte, dar disturbo ariprovato,

je fece ‘sto poveta de Francesco(20).

 

La fantasiosa ricostruzione del brigadiere sulla nascita di Petrarca non convinse affatto il suo maresciallo, "un tipo mattacchione"(21), che, dopo essersi burlato di lui fingendosi un turista inglese interessato all’iscrizione, gli consigliò affettuosamente di documentarsi meglio sulla vita del poeta prima di azzardare improbabili congetture(22). La povera guardia ascoltò senza fiatare le parole del suo superiore e, alla fine della giornata, si precipitò a comprare una biografia "der divino Petrarca" per scoprire una volta per tutte la verità su come e dove costui era venuto al mondo(23). Rientrato a casa, senza neppure cenare, studiò fino all’alba come uno studentello alla vigilia dell’esame,

 

VI

 

Ma co’ quer libbro se trovò ‘mbrojato…;

… le lettre, ‘ntenni be’, so’ come l’asso

de danari,… m’hai voja a fa’ er gradasso

si vai pe’ lègge’ te ce casca er fiato.

 

Lì bisogn’ esse’ più che abituvato:

ce dice baffo e ce se lègge basso,

ce dice ‘ncaffo e ce se lègge ‘ncasso(24),

uno ch’ha da capi’?… me so’ spiegato?

 

Quanno fu ‘mpratichito annò a guardà

la nascita e sfojanno cor un dito

fece: - ch’è nato qui tutti se sa!…

 

Ma puro er resto (un c’era da negallo)

annava bene:… la fuga, er bannito,

la moje ‘ncinta:… - o allora er maresciallo?

 

Dopo aver terminato con grande fatica la lettura della biografia petrarchesca, il brigadiere tornò dai colleghi, bevve qualche bicchiere di vino per farsi coraggio, s’alzò in piedi e disse:

VIII

 

"Compagni - fece - io nun starò a ripete

quello che ggià sortì da la mi bocca;

der poveta che qui nacque me tocca

divve oggi cose che nun conoscete.

 

Parla la storia, nun parla ‘na sciocca,

e dice che (ve prego nun ridete)

li re se liticava ‘sto povete

come li regazzini ‘n’ albricocca.

 

Tutti a gara je dava onori ed oro;

‘nzine ‘r Papa, pe’ fasse benvolere,

calonico lo fece ‘n concistoro(25).

 

Dici: - era prete? - manco ce penzallo!…

forse che ‘nn’oggi, p’esse’ cavajere

ciebbisogno che tu ciabbi er cavallo?".

 

IX

 

"Ecco ‘n che consisteva ‘r su’ talento:

lui te sapeva fa’ l’imbaciatore

ma come!… annava da l’imperatore,

je parlava e lui subbito: acconsento!…

 

Figurateve ‘n po’ sì che portento

quanno che lui faceva lo scrittore!…

te pijava la penna e ‘n du’ mezz’ore

te faceva ‘n povema come ‘r vento.

 

Poi mica lo faceva ‘nn italiano(26)

come noi se parlamo!… fa’r piacere!…

ma lui… tutto ‘n latino sano sano!

 

Cantò così li fiori, l’acque, l’aura…

e ‘n povesia ce fece ‘n canzoniere

‘ndove canzona la Madonna Laura(27)".

 

X

 

"Un ber dì (ciavrà avuto quarant’anni)

lui va dar re e je fa: che me consija,

maestà?… prima d’annà ‘n quel’antri [panni

me vo’ cava’ ‘na voja che me pija.

 

Vojo esse ‘ncoronato!… no ‘n famija…

e nemmanco co’ astuzie e cor inganni…

lei me facci l’esame, m’addimanni

cosa crede… – Me fo be’ maravija!…

 

Un gegno come voi! - fa er re - nun [vojo!…

ma lui duro! lui… ‘mbè, tajanno corto,

passò e fu ‘ncoronato ‘n Campidojo(28).

 

Ch’antro fece?… Ah! la serva, ‘n ber [mattino,

portannoje ‘r caffè, lo trovò morto,

spoggiato sopra un libbro de latino".

 

Questo appassionato e singolare racconto della vita di Petrarca costò a "Putifarre Impasta" un trasferimento immediato da Arezzo a Grosseto. Da tanto studio e da tanto sforzo il povero brigadiere non aveva ricevuto alcun guadagno, bensì un provvedimento punitivo da parte di un superiore:

 

XI

 

Qui se finì… Ch’evviva, che urli!… [abbasta,

la concrusione fu che vie’ ‘n decreto:

"er brigattiere Putifarre Impasta

sia traslogato subbito a Grosseto".

 

‘Sta notizia te fece ‘n diavoleto:

lui giù de botto ‘n tera,… je s’attasta

er porzo… lo chiamamo… ma lui [cheto…

po’ je viense ‘n febbrone e de che [pasta!…

 

Tutta notte ‘nzognò decreti, aggenti,

re,… po’ ‘nzino ‘r Petrarca che ggestiva,

prutestava e mannava l’accidenti.

 

E lui, che je pareva òmini vivi,

sbottò ‘n pugno a la moje che dormiva

e je ruppe ‘n canino e du’ ‘ncisivi.

 

Tra le righe di questi versi si coglie la bonaria simpatia dell’autore, che non può non essere condivisa anche dal lettore, per lo sfortunato carabiniere e la condanna implicita di quelle manifestazioni di culto ufficiali così diffuse in quegli anni, si è visto, per ragioni di propaganda nazionale. L’entusiasmo gratuito del brigadiere per Petrarca è accostabile alla curiosità dei contadini di Arquà nei confronti del poeta, i quali avevano edificato un culto laico intorno a una mitica figura di patriarca. L’uno e gli altri rappresentavano due realtà simili e peculiari dello Stato italiano; e in alcuni casi gli esponenti della prima provenivano dalla seconda. Né all’uno né agli altri l’incultura impediva di provare interesse per vicende e protagonisti della storia del proprio paese e di avere un’istintiva devozione nei confronti delle glorie passate, tanto più sincera quanto più spontanea. La forzatura, che il Gavagni nelle sue rime con raffinata leggerezza e sottile sarcasmo ci lascia intendere, era semmai nel tentativo da parte delle autorità di canalizzare questo autentico senso popolare di appartenenza a una tradizione plurisecolare in forme di culto veicolate, sorvegliate e imposte dall’alto, nelle quali un contadino come un carabiniere né si riconoscevano né si sarebbero potuti in alcun modo riconoscere.

 

1 Al riguardo vd. B. Tobia, Una patria per gli italiani, Bari 1991 e dello stesso, Una cultura per la nuova Italia, in Storia d’Italia. 2. Il nuovo Stato e la società civile, 1861-1887, a cura di G. Sabbatucci e V. Vidotto, Bari 1995, 492 sgg.

2 Il documento in questione si conserva presso l’archivio comunale di Arquà ed è stato edito da C. Leoni, Memorie petrarchesche, Padova 1843, 59 e parzialmente da G. Canestrini, Le ossa di Francesco Petrarca, Padova 1874, 85.

3 "Non vi fu cuore gentile in Italia, anzi in tutta Europa, che non sentisse un generoso fremito d’indignazione alla voce del sacrilego misfatto. Costantino Huygens, valentissimo uomo di Stato, poeta de’ più illustri che vanti l’Olanda, rivolgeasi non solo agli amici, ma a quanti letterati noverava la sua patria, perché si unissero a lui a suggellar di perpetuo anatema il frate Martinelli. L’elegia che scrisse in un latino, forte a intendere, rivela il gran dispetto che ribollivagli nell’anima": G. I. Ferrazzi, Bibliografia petrarchesca, Bassano 1877, 54, da cui si ricava anche la gran parte delle notizie riportate nel testo.

4 Il verbale del 23 giugno 1630 si può leggere per intero in A. Moschetti, La violazione della tomba di Francesco Petrarca nel 1630, "Atti e memorie della R. Accademia di scienze, lettere ed arti di Padova", n. s. 15, 1898-1899, 239 sg.

5 Vd. Moschetti cit., 241 sg.

6 Vd. Fam. 4, 3.

7 La lettera al Boccaccio è la Sen. 12, 1 all’amico medico padovano Giovanni Dondi dell’Orologio, che fu tra i primi pellegrini di Arquà.

8 Sen. 8, 1.

9 Petrarca stesso, del resto, si vantava con l’amico Dondi, nella citata Sen. 12, 1, che un altro amico medico, Tommaso del Garbo, gli aveva riconosciuto un’eccezionale complexio fisica. Il suo stile di vita e le sue abitudini alimentari denunciano inoltre che il poeta era un salutista intransigente, per nulla incline ai vizi della gola e molto attento alla salute del proprio corpo.

10 Vd. Moschetti cit., 239-47.

11 Vd. Ferrazzi cit., 58-60 che rinvia a Leoni cit.; vd. anche Epigrafi e prose inedite del conte Carlo Leoni, con prefazione e note di G. Guerzoni, Firenze 1879, LXVIII-LIX.

12 Si conservano una lettera al Canestrini del dottor Ferdinando Moroni, medico chirurgo di Monselice, che dava ragguagli su questa seconda apertura, e un verbale che accertava che la reliquia petrarchesca era stata riposta nella tomba. Il dottor Moroni, nella sua lettera, affermava di aver visto "cadere dall’occipite qualche pelo rossigno".

13 Oggetto di culto furono anche le ossa di Dante, del quale nel 1865 si era festeggiato il quinto centenario della nascita. Per le spoglie dantesche era addirittura scoppiata una polemica tra Firenze e Ravenna, luogo di sepoltura del poeta: nel 1864 Ravenna aveva negato alla città toscana, prossima a diventare capitale del Regno d’Italia, il permesso di trasferire il corpo di Dante a S. Giovanni, sede ufficiale delle celebrazioni in suo onore, "considerando che il Deposito delle sacre ossa di Dante Alighieri in Ravenna non [poteva] pei destini felicemente mutati d’Italia considerarsi come perpetuazione d’esilio, una essendo la legge che raccoglie con duraturo vincolo tutte le Città italiane". Le spoglie di Dante avevano fornito così a Ravenna il pretesto per avere la sua celebrazione locale: il 26 giugno 1865 (a un mese dalla fine delle feste fiorentine) era stato esposto al pubblico nella cappella di Braccioforte nel convento di S. Francesco in un sarcofago di cristallo lo scheletro del divino poeta, ricomposto grazie ai resti fortunosamente rinvenuti in una cassetta di legno nella stessa cappella. La citazione e le notizie sono tratte da Tobia, Una cultura per la nuova Italia cit., 505 sg.

14 Vd. l’ultimo numero: 6, 1904 (luglio), 86 sg.

15 Fu autore di una raccolta di novelle intitolata La sfiducia, Arezzo 1905; di un breve saggio L’unico Aretino (Bernardo Accolti) e la corte dei Duchi di Urbino, Arezzo 1906 e di una raccolta poetica, Asterie, Novara-Galliate 1920; tutti e tre questi scritti hanno data di stampa posteriore ai sonetti romaneschi. Risultano inoltre altri titoli, annunciati come ancora in preparazione o di prossima uscita sul frontespizio dei libri appena menzionati: Ludovico Ariosto autobiografo; Le "rime pietrose" di Dante Alighieri; Specie di taglione (dramma in tre atti); Cronistoria dell’Arte della Stampa in Arezzo; L’unico Aretino e l’ospedale di S. Maria della Scala in Firenze; Il crack (dramma in un atto). Si trovano infine altri due suoi scritti presso la Biblioteca Nazionale di Firenze: La grammatica italiana, esposta in 17 prospetti ragionati agli alunni delle scuole tecniche, complementari e ginnasiali inferiori, Vercelli 1916 e Arte e generi del dire, esposti in 30 prospetti ragionati agli alunni delle scuole tecniche, complementari, ginnasiali superiori e di primo corso normale o d’istituto tecnico, Lanciano 1920.

16 Sul piano linguistico il sopravvivere dei dialetti e della letteratura dialettale in concomitanza con l’affermarsi dell’italiano come lingua nazionale è speculare al perdurare, dopo il 1870, di rivalità e particolarismi locali che l’Italia post-risorgimentale – si è detto – non soppresse affatto, ma coltivò proprio per affermare il culto dell’italianità.

17 "La vita di Messer Francesco Petrarca" non ha né introduzione né commento, ma solo una paginetta conclusiva di glosse esegetiche e poche righe di premessa, apposte sotto a una foto della casa di Petrarca ad Arezzo.

18 Sonetto XI, v. 3.

19 Cioè nella caserma di via dell’Orto.

20 II, vv. 5-14. Colpiscono l’analogia d’argomento e la coincidenza in rima con una terzina di un sonetto composto nel 1905 - a soli due anni di distanza dalla pubblicazione dei sonetti del Gavagni - da un altro poeta romanesco, Giuseppe Martellotti (in arte Guido Vieni), in occasione della nascita del figlio Guido, che sarebbe poi divenuto, per uno strano destino, uno dei maggiori studiosi di Petrarca del Novecento: "… lettori mii belli e sciarmanti, / me scuserete si me faccio ardito / de favve consapere a tutti quanti, / che, nonostante st’anima de fresco / mì moje er giorno dieci ha partorito / e che ha fatto… un poeta romanesco" (vv. 9-14). Guido Martellotti nacque il 10 gennaio del 1905.

21 Sonetto III, v. 2.

22 Vd. i sonetti III-IV.

23 Sonetto V, vv. 10-11.

24 Con le coppie baffo/basso e ‘ncaffo/’ncasso l’autore gioca sulla grafia antica della doppia ‘s’.

25 Il riferimento è al canonicato di Lombez che Petrarca ebbe nel 1335 da papa Benedetto XII.

26 L’allusione è all’Africa, poema latino sulla seconda guerra punica, che Petrarca - come è noto - non portò mai a termine.

27 Si tratta naturalmente dei Rerum vulgarium fragmenta.

28 Carlo, re di Napoli, esaminò pubblicamente per tre giorni Petrarca affinché il popolo giudicasse s’egli era o no meritevole della corona d’alloro. Il poeta fu poi incoronato solennemente in Campidoglio l’8 aprile 1341. La data dell’incoronazione fu ricordata e celebrata nei secoli non meno del giorno della nascita e della morte del poeta. Come esempio fra tanti: una circolare ministeriale del 20 febbraio del 1904 invitò gli insegnanti di scuola a tenere nelle loro rispettive sedi delle lezioni su Petrarca proprio l’8 aprile per commemorarne l’incoronazione. Vd. Bollettino Ufficiale del Ministero dell’Istruzione Pubblica, 25 febbraio 1904, 399 sg.

[Racconto tratto dall’Almanacco dell’Altana 2004 - © Edizioni dell’Altana]