Questo testo ha vinto il premio
"Io Libro" 2002 ed è stato pubblicato sull’Almanacco dell’Altana 2003
Luigi Combariati
La memoria del mondo
Anno Domini 879, 11 di febbraio
È questa la vita?
Ho freddo, un terribile freddo che mi entra fin nelle ossa e che questa coperta pesante e ruvida non riesce a contrastare.
È il freddo che mi ha tenuto sveglio tutta la notte? O questo turbine irregolare di pensieri che agita la mia mente e mi trascina nel disordine?
Silenzio. È la regola.
Fuori è buio. Solo i versi dei rapaci notturni feriscono questa quiete irreale rivelando cattivi presagi.
Sento il respiro profondo dei miei compagni di camerata.
Vedo le ombre dei loro corpi immobili sul pagliericcio proiettate sul muro dalla luce fievole del lume alimentato da grasso animale che resta acceso durante le ore del riposo.
Attraversano i giorni nutrendosi di speranza e di fede. Senza dubbi, senza perché.
La recita dell'ufficio notturno e le lodi mattutine. Poi il lavoro, la Santa Messa, la celebrazione di sesta. La campana dell'Angelus che chiama al pranzo, il riposo. E ancora il lavoro fino al vespro, la frugale cena, la breve ricreazione e l'ora di compieta.
E, infine, ancora silenzio. È la regola.
Ed io? Io, perduto tra loro, vivo il tormento di ore lunghissime e angoscianti.
Cosa mi succede, Dio mio? Perché quest'inquietitudine, questa sete che mi arde le viscere e che nessuna delle fonti a mia disposizione è capace ormai di estinguere?
Fra poco i rintocchi secchi della campana annunceranno un altro giorno e tutto inizierà di nuovo e di nuovo. E sarà per sempre.
In secula seculorum.
Anno Domini 879, 29 di marzo
Domani sarà un giorno importante. Inizia la copiatura di un nuovo volume e non si tratta di un volume qualsiasi.
Ho portato a termine con cura estrema il lavoro di preparazione di gran parte della carta pecora che mi sarà necessaria.
I fogli sono di ottima qualità, perfettamente lisci, resistenti, compatti e di un colore candido.
Ho misurato le pagine, tracciando in ognuna di esse sottilissime linee orizzontali, le guide sulle quali collocherò le lettere, una dopo l'altra fino a comporre il testo. Ho calcolato gli intervalli tra lettera e lettera, tra parola e parola.
Ho isolato gli spazi destinati alle iniziali ornate, su cui a fine copiatura il miniatore eserciterà la sua difficile arte.
So di quanti fogli avrò bisogno e, con buona approssimazione, quanto tempo impiegherò a concludere la mia opera. Dieci pagine al giorno. Se tutto andrà bene e non sorgeranno difficoltà, dodici. Sarà un lavoro lungo.
Anche i materiali per vergare la carta sono pronti. Nerofumo e colori ricavati da solfuro di mercurio, cocciniglie macerate, azzurrite e lapislazzuli.
Nella mia mente già posso accarezzare l'opera finita. So con precisione dove riposerà la vocale della tale parola e dove si adagerà la consonante della tale altra.
Il lavoro preliminare, come sempre, è stato lungo e gravoso. Ma questa volta la stanchezza e la noia mi hanno risparmiato.
Mi sento pervaso da un'emozione intensissima, come non avevo mai provato. Eppure pratico quest'arte da decenni, ho copiato decine e decine di testi, e la mia abilità è considerata pari, se non superiore, a quella dei grandi copisti del monastero di Tours.
I miei giovani allievi mi guardano con ammirazione e si abbeverano dei miei insegnamenti. Mi chiamano Maestro e, per rispetto, evitano di guardarmi negli occhi quando mi rivolgono la parola.
Ma anch'io tremo d'emozione innanzi al compito che mi accingo a svolgere. Tremo d'emozione solo nel guardare il libro che mi terrà occupato per il prossimo anno.
Perché se è vero che "l'approdo non è più gradito al marinaio di quanto non sia l'ultima riga del manoscritto allo stanco amanuense", a volte anche la partenza libera sensazioni profonde.
È un privilegio altissimo e, insieme, una responsabilità troppo grande quella che l'abate ha voluto affidarmi.
Prego Iddio di esserne degno e spero, con la mia dedizione e la mia fatica, di poter riscattare qualcuno degli anni di purgatorio che mi saranno attribuiti nel giorno del giudizio.
Anno Domini 879, 10 di aprile
È giorno di mercato. Dallo scriptorium posso udire distintamente il vocìo concitato e ininterrotto dei mercanti e dei compratori.
Da qualche tempo è invalso l'uso di allestire il mercato poco distante dalle mura del monastero, ai margini di un vasto terreno che i miei fratelli dissodano, arano e seminano con gran sudore della fronte e dal quale ricaviamo buona parte del nostro sostentamento.
L'abate vede di buon occhio che gli scambi avvengano in quel luogo in cui convergono genti di tutti i villaggi circostanti.
Qualche tempo fa qualcuno suggerì che anche noi partecipassimo al commercio con i nostri prodotti. La questione fu portata nel Capitolo e discussa dal Consiglio dei monaci. La Regola vuole che al Consiglio partecipino anche i più giovani, perché spesso è a loro che il Signore rivela la decisione migliore.
E fu proprio il nostro fratello Gandolfo, il cui viso roseo si era ricoperto solo di recente di una bionda e morbida peluria, a far notare, con argomentazioni forti e incontrastabili, l'inopportunità della proposta e la contrarietà agli insegnamenti benedettini. E alla fine, l'abate respinse l'idea, come si conveniva.
Alzo il capo dal foglio e rimango in ascolto.
Cosa mai ci sarà là fuori? Di cosa avranno bisogno tutte quelle persone desiderose di acquistare mercanzie di vario genere? Si discute, si tira sul prezzo, ci si lascia abbindolare.
L'offerta crea il bisogno. Ma non è solo questo che le spinge ad incontrarsi. È l'occasione stessa dell'incontro che funziona da stimolo e pretesto. Immagino che si scambino opinioni, esperienze, notizie. Suppongo che mischino dialetti, comportamenti, idee. E accrescano reciprocamente le proprie conoscenze arricchendo le loro esistenze di novità altrimenti irraggiungibili.
È gente povera e analfabeta questa. Gente che non ha la possibilità di trovare una risposta in quel tesoro universale che è la scrittura. Ma è certo poi che questa gente si faccia delle domande? Eppure è gente che sa quel che vuole.
Non lo nego, la gente mi incuriosisce. E, a volte, sempre più spesso, mi sento monco, prigioniero di una scelta che non è stata del tutto mia.
Possiedo invidiabili conoscenze delle cose della vita. I libri letti e scritti mi hanno suscitato entusiasmi e stupori, prodotto dolore e amore. Mi hanno fornito gli attrezzi per affrontare le situazioni del mondo, risolvere i problemi più svariati, districarmi fra le difficoltà comuni e straordinarie.
Ho visto luoghi mai visitati e sono venuto a contatto con culture ignote. Ho conosciuto mille creatori del cielo e della terra e ho saputo di teorie così audaci da far rabbrividire il peggiore dei senza Dio.
L'inaccessibile si offre alla mia curiosità fra gli scaffali ricchissimi della biblioteca. Senza pretese, a portata di mano.
Eppure... Come me la caverei fuori dal riparo sicuro di queste mura? Cosa è veramente vivere? Ha un senso quel che faccio da quando ho l'età della ragione e che farò fin quando ne conserverò l'uso?
Argomenti che sempre più spesso mi assalgono e non riesco ad allontanare.
Lo spirito umano ha bisogno di misurarsi, si alimenta nel confronto.
Noi confratelli viviamo all'interno di un recinto invalicabile e sicuro, sottoposti ad una disciplina rigida fatta di ordine e stabilità, preghiera e lavoro.
Ma altri religiosi non rinunciano ad occuparsi delle vicende del mondo.
E non per questo può dirsi che non siano servi fedeli di nostra Madre Chiesa.
Perfino Papa Giovanni VIII, che Dio l'abbia in gloria, non disdegna le cose terrene. Non ha esitato a vestirsi da condottiero e scendere in armi contro gli infedeli o ad adoperare la diplomazia per ristabilire la giurisdizione ecclesiastica.
E tutto questo mentre io consumo le ore in un'attività che sempre con maggiore insistenza mi appare vacua e inutile.
Chino la testa sulla pagina che prende lentamente forma e rifletto che quello che ho perso non lo saprò mai.
Anno Domini 879, 3 di maggio
Il lavoro procede spedito e senza intoppi.
È un capolavoro assoluto quello che ho fra le mani. Un capolavoro di valore inestimabile che l'usura del tempo sta inesorabilmente consumando. Alcune pagine sono così malridotte che solo l'intuito e uno sforzo di intelligenza mi permette di interpretarne il senso e trascriverle.
La pergamena che si usava una volta si deteriora con maggiore facilità rispetto alla carta ricavata dalle pelli animali.
Ma, in coscienza, a nessun libro può chiedersi di resistere integro per quasi quattro secoli.
Spero vivamente che Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus, autore di quest'opera magnifica e illuminata intitolata Institutiones divinarum lectionum, mi assolva da qualche inesattezza.
Il testo è di fondamentale importanza per la formazione dei monaci nelle sette arti liberali. È un compendio ricco e completo delle opere dei Maestri.
Comprende sia la parte dedicata al trivio, con la trattazione di grammatica, dialettica e retorica, sia la parte dedicata al quadrivio inerente l'aritmetica, la geometria, la musica e l'astronomia.
Ma non solo!
Quale uomo di religione ha mai sostenuto e applicato la teoria secondo cui oltre alla letteratura sacra è necessario conoscere e studiare la letteratura profana?
Chi altri, se non Senator Cassiodorus? Magister officiorum, quaestor, praefectus praetorio e, infine, dopo una vita vissuta da potente fra i potenti, monaco in questo luminoso lembo di terra del Meridione.
Per sua volontà e convinzione.
A lui, fondatore di questo monastero chiamato Vivarium, dobbiamo riconoscenza per i suoi insegnamenti e per la scuola che ha istituito al servizio del Signore.
Ma, ancora una volta, mi chiedo se la sua grandezza sia dipesa dalla completezza della sua esistenza. Egli fu letterato, scrittore, filosofo. Però visse tra gli uomini, dentro gli affari della politica, fra le guerre, le brame di potere e gli intrighi di palazzo. E quindi, molto facilmente, per larga parte della sua vita lontano, nei pensieri e nelle azioni, dal Signore Dio nostro.
È questa la formula per raggiungere la comprensione? Dalla vita a Dio?
A quel Dio che mai voglia che io debba seguire il percorso opposto.
Anno Domini 879, 28 di giugno
Questa mattina di buon'ora, alle porte del convento si è presentato un viaggiatore, chiedendo rifugio per qualche giorno. Ha un aspetto dimesso e stanco in quei vestiti laceri e sudici. Ha raccontato di essere un pellegrino proveniente dalle lontane terre del nord ed ha manifestato aspirazioni da anacoreta. Ma la sua aria scaltra e gli atteggiamenti smaliziati tradiscono, a mio parere, altri e diversi cammini. Anche altri monaci hanno avuto la mia stessa sensazione e l'hanno comunicata all'abate.
Tuttavia, poiché l'ospite è come Cristo, è stato accolto secondo i dettami della Regola e rifocillato senza parsimonia.
Ha riposato un paio d'ore nella cella che gli è stata assegnata, e dopo la celebrazione della nona, alla quale non ha preso parte, ha chiesto il permesso di trascorrere un po' del suo tempo in biblioteca.
Da lì, in breve e senza autorizzazione, è passato nell'adiacente scriptorium, curiosando fra i banchi dei fratelli amanuensi già al lavoro.
Quando è arrivato nella mia postazione ha gettato un rapido sguardo alla pagina che stavo copiando e non ha saputo trattenere un prolungato grugnito di approvazione.
Con occhi severi l'ho invitato ad osservare il silenzio e a lasciarmi continuare in pace il mio impegnativo lavoro.
Per tutta risposta mi ha sfacciatamente chiesto quando potevamo scambiare due chiacchiere in solitudine. L'ho ignorato, ricercando la concentrazione perduta. Non ho combinato granché per il resto della giornata. Il pensiero è altrove. Quel tipo mi inquieta e sono certo che non perderà occasione per attaccare discorso.
Resto nello scriptorium mentre gli altri vanno al refettorio. Metto in ordine il tavolo da lavoro e mi organizzo per l'indomani. Infine esco per la consueta passeggiata lungo i portici del chiostro prima che sia l'ora di compieta.
Molti dei monaci stazionano in gruppo nel centro del cortile, nei pressi del pozzo.
Noto un'insolita, sebbene contenuta agitazione. Mi avvicino. Al centro del gruppo, il pellegrino legge alcuni versi scritti su di un piccolo foglio di pergamena.
Quando mi scorge, si ferma un attimo, spiega che si tratta di un indovinello e riprende la lettura dall'inizio per consentirmi di partecipare alla soluzione.
È un latino storpiato, quello che legge. Simile, ma non uguale alla lingua che conosco, che parlo, nella quale scrivo.
"Se pareba boves, alba pratalia araba,
albo versorio teneba, et negro semen seminaba.
Gratias tibi agimus onnipotens sempiterne Deus".
Mi sfida ad indovinare, sorridendo apertamente. I fratelli mi guardano senza osare pronunciare parola, quasi col fiato sospeso. Vorrei sottrarmi a quell'insulso gioco, ma avverto il trepidante interesse dei monaci fra i quali sono presenti molti dei miei giovani discepoli.
È per loro una serata diversa e particolare, che rompe gli schemi di un tempo sempre uguale a se stesso. Il forestiero, chiunque esso sia, è riuscito a catalizzare l’attenzione e ad offrire un diversivo impensabile e gradito.
Non v’è nulla di cattivo, in fondo. E non posso deluderli. Ripenso la frase, risistemandola nella lingua corretta.
"Spingeva davanti a sé i buoi, un bianco campo arava
teneva un bianco aratro, e un seme nero seminava.
Ti rendiamo grazie in eterno Dio onnipotente".
L’immagine dell’amanuense che spinge avanti le dita scrivendo su un foglio bianco con una penna d’oca intrisa d’inchiostro nero mi balza in mente spontaneamente.
Offro la mia versione con naturalezza, quasi fosse scontata.
Il sorriso beffardo del forestiero si estingue lasciando posto quasi a una smorfia, nello stesso tempo in cui i volti dei miei fratelli si illuminano di riconoscente soddisfazione.
Anno Domini 879, 3 di luglio
L’ospite non sembra avere alcun rispetto della mia riservatezza. Negli ultimi due giorni sono riuscito a sfuggirgli, ma ora mi ha bloccato all’uscita del refettorio tagliandomi ogni possibile via di fuga.
È l’ora della ricreazione dopo il pranzo. Da quando ho cominciato a lavorare alle Institutiones, ho preferito dedicare anche questo spazio all’opera, tanto è il desiderio di completarne nel più breve tempo possibile la trascrizione.
Alla lunga, non si è rivelata una scelta corretta. Le mani mi dolgono e formicolano di continuo e gli occhi mi bruciano e lacrimano. Così sono costretto ad interrompere la copiatura per una decina di minuti ogni due o tre ore. Ma anche con questi accorgimenti la situazione non migliora di molto e il lavoro complessivo patisce un sensibile rallentamento. Meglio avrei fatto a dosare le forze. Non ho più le capacità fisiche di una volta. Le lunghe ore trascorse ricurvo sul banco, insieme all’età che avanza, mi hanno indebolito e tolto resistenza.
E così, anche per prolungare il sollievo della pausa, non cerco di sottrarmi alle attenzioni del forestiero e decido di affrontarlo una volta per tutte.
Mi saluta, dice due parole di circostanza, tergiversa. Ma non è a disagio, tutt’altro. Sta solo aspettando il momento di introdurre l’argomento che più gli interessa.
Ed infatti, dopo i pochi convenevoli lancia la sua oscena offerta.
Non è qui per caso. Il mio nome e la mia fama sono giunti all’orecchio di un ricco signore del ravennate di cui è al soldo.
Questo signore possiede una immensa fortuna costituita da domini sconfinati, castelli principeschi e tesori inestimabili. Ma ha un cruccio che lo tormenta. È un maniaco dei libri e si è messo in testa di realizzare la più grande e preziosa biblioteca di quelle provincie. È un’ossessione che non lo abbandona e lo rende schiavo.
Forse, mi confessa sottovoce, perché l’ambizione mai realizzata é di poter competere con altri signorotti, probabilmente meno ricchi, ma certamente più acculturati, posto che lui, il suo padrone, a malapena sa leggere e quanto allo scrivere conosce appena le lettere per rigare il proprio nome.
Mi propone in sostanza di dirigere la costituenda biblioteca, senza per questo dismettere il mio ufficio di copista
Mi lascia intravedere prospettive mirabolanti, conoscenze interessanti e influenti, convegni di alta cultura, riconoscimenti e attribuzioni personali.
Un’altra vita, insomma.
Vorrebbe, in sostanza, che mi trasferissi in un monastero della zona e prestassi i miei servigi in favore del suo ricco signore.
Avrei dovuto girare le spalle con sdegno, senza nemmeno preoccuparmi di chiudere la conversazione con un deciso diniego.
E invece eccomi qui nello scriptorium, a ragionarci sopra, lasciando galoppare la mente e crogiolandomi al pensiero di un futuro finalmente diverso e appagante.
Cos’è la tentazione? Un male oscuro e insistente che si insinua nelle debolezze dell’animo umano. Un animale subdolo e malvagio che divora d’un colpo dogmi e valori faticosamente costruiti attraverso mille prove.
Ma quale dolce suggestione rende in cambio! Quale magico incanto regala!
E perché io, umile monaco al servizio della Chiesa, dovrei opporre resistenza? Perché dovrei finire la mia esistenza terrena privandomi della necessità di capire il senso delle cose? Spezzarmi la schiena su pergamene scolorite, perdere la vista sui libri, atrofizzarmi le mani sostenendo una penna... Questo il destino aveva in serbo per me? E a cosa serve sapere tante cose senza poterne usare?
I pensieri mi confondono mentre continuo la copiatura del testo del Senator Cassiodorus.
In due ore commetto tanti strafalcioni quanti mai ne avevo fatti nell’intero arco dei mesi precedenti.
Titivillus, il diavolo che terrorizza i copisti e che ogni giorno, invisibile, si aggira tra noi, può andare via soddisfatto. Ha riempito un intero sacco dei miei errori e li presenterà a mio carico nel giorno del giudizio.
Non posso continuare cosi. Non devo. Dio mio, perdonami. Questa stessa sera parlerò con l’abate.
Anno Domini 879, 12 di agosto
Il forestiero ha ripreso il cammino verso le provincie del nord.
Senza di me.
Il colloquio con l’abate mi ha rischiarato la mente a lungo offuscata da false chimere e visioni illusorie.
Egli, come vuole la Regola, mi ha mostrato ciò che è buono e santo e, nella sua infinità sapienza, mi ha spiegato una volta di più i comandamenti di Dio. Abbiamo a lungo disquisito sulle cose del mondo esterno, con estrema sincerità e confidenza. Gli ho esposto i miei dubbi, le mie aspirazioni, i miei sentimenti.
Lui mi ha ascoltato con pazienza e attenzione. Senza mai che un gesto o un’espressione tradissero sorpresa o disapprovazione per quanto andavo dicendo.
Mi ha ascoltato a lungo e poi a lungo ha parlato, con quel suo tono pacato ma fermo, che solo è capace di esprimere chi ha raggiunto nella verità la pace dello spirito.
E finalmente ho compreso.
Io ho un compito divino da eseguire, una missione sublime da svolgere.
Ora tutto mi è chiaro come un cielo terso di giugno.
Il mio faticoso lavoro non vive per se stesso e non morirà con me.
Non sono il custode di dottrine sterili o di un patrimonio fatuo. No!
Sono un ponte che congiunge il passato al futuro perché nulla si perda.
E i libri che ho fedelmente trascritto lo attraverseranno giungendo a genti lontane nel tempo e nello spazio e si rigenereranno nei secoli e nei secoli, fino alla fine del mondo.
Sono parte del disegno celeste, motore del progresso, diffusore di cultura.
Niente di ciò che succede fuori dalle mura spesse di questo convento potrebbe accadere senza il lavoro di cui faccio omaggio alle generazioni che verranno.
Come l’uomo genera uomo per la conservazione della specie, io genero libri per la conservazione della conoscenza.
È questa la vita?
È la mia vita! Da me dipende il sapere.
Sono io la memoria del mondo.
[Racconto tratto dall’
Almanacco dell’Altana 2003 - © Edizioni dell’Altana]