Questo testo ha vinto il premio "Io Libro" 2001 ed è stato pubblicato sull’Almanacco dell’Altana 2002

 

Pina Allegrini

La torre

a J.L.Borges e P. Groussac

 

È come se in questa torre ci fosse un abbagliamento che rende ciechi. I due vegliardi si aggirano nel loro labirinto di tenebre scandito dai libri, che accendono segnali repentini, fuochi fatui, tra fantasmi di vite surrettizie e vite reali. Continuano a vivere, sommessi ed avidi, annusando colori ed odori, sfiorando le costole delle copertine, tastando con dita onniveggenti le pagine. Si sono lasciati in eredità, l’un l’altro, questi percorsi improbabili e la cecità. E si aggirano laddove lo scalpello del tempo ha scavato pieghe inusitate in cui, fra i detriti, prilla a tratti l’oro di una dimenticata presenza. Laddove qualcuno li ripescherà, per farli rivivere. Un giorno, un’ora sola o un minuto, che importa? Non è la spoletta meccanica di un orologio a segnare il passo dell’eternità quando si è fuori dalla storia e ci si può inventare perfino l’oblio. Si aggirano, i due vegliardi di un tempo che fu lineare ed ora è parallelo, s’incontrano a volte, perché li, in quella dimensione che nessuno controlla, può accadere che le linee si intersechino, collidano anche, provocando esplosioni sommesse, il cui risucchio fa crollare qualche libro dagli scaffali, o tremare i vetri ad una brezza improvvisa, o sospendere il pensiero nella spirale di una nostalgia ardente, ritmata da un tango rituale che rimbalza malinconico fra patios e medianeras, nei suburbi del Barrio Sur. E se entri nella torre, in una di quelle mattine quando fuori il sole è tagliente e la luce, "quella" luce tramata di verde e d’oro come un erboso sudario che comincia a seccare, ti balena lamine sfolgoranti fin dentro la retina, è il buio ad abbagliarti, una penombra densa e vischiosa come un cioccolato fondente o una ragnatela ancora calda di bava. Allora ti può capitare di incontrarli, i due vegliardi che sorvegliano le ombre. Ti attraversano come un brivido di freddo e dal loro nido di vuoto, tessuto nell’aria, dalla loro luce nera, ti mandano l’eco di un verso, brandelli di frasi in una lingua musicale e sconosciuta, che subito comprendi, quasi ti appartenesse da sempre. Sussurri fatati di un vento antico ti penetrano nelle ossa, formule magiche guidano le tue mani nella cerca miracolosa fra foreste la cui verde canzone, imprigionata nel recto e nel verso, risuona, mutevole e lusinghiera, ingannevole e suadente, se appena ti fermi ad ascoltarla. Ma devi temere il buio che abbaglia, se con esso non hai confidenza e lo tocchi con occhi estranei, distratti o indifferenti. Perché allora ti respingerà, come un boomerang micidiale, rispedendoti alla luce e rendendoti ancora più cieco, vittima inconsapevole di un doppio abbagliamento. Spesso i due vegliardi continuano quella discussione, iniziata nella lontana primavera di un’altra epoca, su Giovanni di Pannonia e Aureliano, sulla setta degli Anulari e degli Speculari, su Euforbo eresiarca e il significato recondito e multiplo della sua ultima frase, lanciata tra le fiamme. "Non state accendendo un rogo ma un labirinto di fuoco!"; o ricordano il sapore di un thè ai frutti di passione o si narrano, vicendevolmente, come avvenne il passaggio dal grigio fumo al nero d’inchiostro, descrivendosi le loro ombre, confidandosi i loro misteri. Adesso hanno la stessa età, lo stesso viso brullo di albero antico, la stessa tenacia nel tutelare la torre, la stessa solerzia fedele nel contrastare la polvere dell’oblio.

Nel tempo lineare si erano spesso ignorati. troppo giovane l’uno, troppo vecchio l’altro, ma il giovane era invecchiato e il vecchio lo aveva atteso, paziente, lungo il precipizio scivoloso degli anni. Ora possono specchiarsi nelle stesse rughe, nella stessa cecità, e parlare di quell’angolo riposto dove un libro sconosciuto, il più raro, si macera nella cenere di un lungo sonno. Lo sorvegliano entrambi, affinché nessuno lo apra, altrimenti potrebbe disfarsi come quei petali secchi che una mano gentile posò fra le pagine, secoli prima, o come la cipria iridata di una vanessa splendente che per un attimo resta fra dita avide e brutali. Essi ormai sanno cosa contiene quel libro, speculum, in aenigmitate, ne hanno seguito rigo per rigo la trama, hanno mandato a memoria perfino le pause, i silenzi fra le parole. E dunque il libro é salvo, impresso nel piombo del loro stesso oblio, nello stampo della loro memoria che è luce nera, abbagliante. Salvo, come in un forziere blindato. Blind, cieco, sta bene nel termine "blindato", che implica oscurità, nascondiglio dove nessuno sguardo può frugare, di cui nessuna mano profana può scalfire la combinazione. E’ il secondo vegliardo che ama le etimologie, i legami reconditi tra le parole, le parentele allusive tra le lingue. L’altro ha investigato la Storia e adesso ricorda solo una frase di Léon Bloy che dice: "La storia è un immenso testo liturgico nel quale le iote e i punti non valgono meno dei versetti o dei capitoli interi, ma l’importanza degli uni e degli altri è indeterminabile e sta profondamente nascosta."

Ora che il tempo lineare ha smesso la sua folle corsa in avanti, per ripiegarsi su se stesso, egli può spaziare nel passato, ricostruire il senso recondito degli avvenimenti, e le mistificazioni di cui anch’egli è stato vittima lo fanno vergognare di se stesso. Ora potrebbe confutarli, quei libri, riscriverli, ma capisce che sarebbe inutile. Neanche il fatto che la Biblioteca sia stata da tempo trasferita in altro luogo ha importanza per i due grandi vegliardi. Essi sono qui gli eterni, indefessi custodi della Torre. Basta che pensino un libro ed esso appare davanti, nella luce nera del suo splendore. E camminano fra i saloni ormai vuoti che creano caverne di echi, fra quei muri impregnati della loro presenza, in quegli angoli dove il vento continua a sfiorare tra le pagine una sinfonia struggente che accompagna, a sera, il perpetuo motivo di un tango, ripetuto all’infinito nel Barrio Sur. Restano qui, dove ogni libro ha lasciato la sua impronta indelebile fra le chiazze d’umido e muffa delle pareti. Qui, dove ogni libro continua ad avere il suo posto e la sua storia, sub specie aeternitatis, ad essere estratto con mani umili e pazienti, ad essere letto con occhi divenuti nictalopi. Essi, gli eterni custodi del buio e dei libri.

[Racconto tratto dall’Almanacco dell’Altana 2002 - © Edizioni dell’Altana]