Questo testo ha vinto il premio "Io Libro" 1999 ed è stato pubblicato sull’Almanacco dell’Altana 2000

Marco Scatasta

Il manoscritto di Léautaud

 

L’ultrasettantenne "letterato", come si faceva aggettivare pomposamente perché aveva fatto stampare qualche libro, Paul Léautaud, che la guerra e l’occupazione tedesca non avevano reso certo di aspetto migliore del solito, entrò con andatura a balzi, irregolare, appoggiandosi alla sua canna sottile dal manico d’avorio, nella Collezione dei manoscritti della biblioteca Jacques Doucet a San Geneviève dell’Università di Parigi. L’uomo aveva in testa il solito "cappello di arlecchino", come gli diceva sempre l’amatissima Anne Marie Cayssac (ormai perduta, lontana a Pornic, anche se non defunta), con la visiera tutta rialzata, rammendata con uno spago ed, al collo, una sciarpa che doveva, una volta, essere stata candida ed adesso era tutta sfilacciata; sotto le ciglia cespugliose e gli occhiali rotondi, gli occhi erano lacrimosi, per una blefarite cronica. Si vantava di non essere stato mai dal barbiere a farsi i capelli che tagliuzzava da solo e che gli crescevano incolti, dietro sul collo, dove non riusciva ad arrivare.Intravide il sedere capace di Maria Dormoy, la curatrice di quella sezione, china a mettere a posto alcuni libri sulla galleria e la raggiunse arrampicandosi sulla scala, dandole poi una violenta sculacciata che la fece traballare."Ah, siete voi? Sempre cortese..." urlò la donna.Egli annotò che ormai non aveva vita, era senza fianchi, grossa in alto come in basso, anche se aveva i seni piuttosto piccoli: i lineamenti dolcissimi del volto s’erano ispessiti, la bocca s’era invece assottigliata ed aveva due enormi borse sotto gli occhi. Eppure in tanti l’avevano adorata, oltre lui: l’organista Lucien Michelot, il suo primo amore mai da lei dimenticato, Louis Brazey, Eduard Bernard, André Suares, l’architetto Auguste Perret (erano quelli che le chiacchiere pettegole del Mercure, dove lui si definiva direttore editoriale, le attribuivano, ma ce n’erano stati sicuramente altri) perché un tempo era una bella donna, polposa, formosa, anche elegante, con la camicetta sempre troppo trasparente.Adesso portava calzerotti di lana ma aveva disegnato, sui due polpacci, con la matita per gli occhi, i segni di una calza di seta che non indossava.L’aveva conosciuta poco prima del lontano sabato, venticinque giugno 1932, quando era diventata impiegata avventizia all’Università ed era venuta a trovarlo a Fontaine-aux-roses, dove lui abitava, per cercare di acquistare l’immenso manoscritto del suo Journal littéraire, quasi un metro cubo di cartacce, assieme a tre "doucettes" che s’erano scomodate per lo scrittore. Erano, oltre a Marie, la presidentessa Jeanne Walter, la tesoriera Rosa Adler e Yolande Friedmann, elegantissime nei loro Patou e Lanvin, che però non avevano ma sentito parlare di lui ed avevano letto distrattamente le cronache teatrali che teneva sotto il falso nome di Maurice Brossard.Esse avevano tardato una mezz’ora ed egli, seminascosto nell’ombra dell’edera che cresceva rigogliosa, aggrappato alla cancellata come uno scimpanzè, le investì col grido sarcastico con cui si era soliti accogliere i ritardatari a teatro: "Siete in anticipo!"Entrarono in casa, dietro di lui, passando in un lunghissimo viottolo invisibile per l’intrico di rami, rovi e cespugli, procedendo in fila indiana cercando di evitare frotte di gatti e cani spelati, rognosi, miserandi. Il puzzo di questo corteo di animali impregnava tutte le pareti della casa fino al primo piano dove furono invitate a sedere su quattro sedie di forma e stili diversissimi, davanti al pacco del manoscritto che era già enorme anche se molto più piccolo di adesso. Poi Léautaud le lasciò sole in mezzo al fumo delle loro profumate sigarette che avevano accese per attenuare il fetore a cui non erano abituate, ma poi ridiscesero subito per paura di restare asfissiate: egli le accolse con quattro mazzi di rose selvatiche e spinosissime che aveva colto per loro. Poi, quando l’acquisto fu bocciato all’unanimità, si sfogò con Marie Dormoy: "A voi, del resto, il mio manoscritto non l’avrei mai dato e mai lo darò... Non lo avete nemmeno guardato... Ed io sono troppo vergognoso, troppo riservato, troppo putibondo per farvelo notare..."Ma Marie Dormoy era tenace e convinta che, per averlo letto a brani, fosse molto interessante. Senza parere, con "sedute di sesso", inviti a pranzo e cene, viaggi, regali, dopo vent’anni riuscì alfine ad ottenerlo "in prova", per la sua sezione manoscritti, durante l’occupazione tedesca; aveva intenzione di farlo acquistare e pubblicarlo alla fine della guerra. Léautaud la colpì sotto il doppio mento con la sua canna: "Ho saputo che i tedeschi avevano intenzione di requisirvi alcuni manoscritti inediti come, del resto, hanno fatto da Fayard e da Grasset... Non è che glieli avete dati?""Sfido io, erano di Voltaire mica i vostri... Hanno solo preteso di farseli fotografare... Il vostro manoscritto è ancora lì dentro, ben sigillato dalle vostre mani con la ceralacca per paura che qualcuno ci metta il naso... Ma non vi pensa nessuno!" e indicava col dito teso il punto dove era nascosta e chiusa a chiave la sua cassa di legno. Il posto l’aveva scelto lui, in un armadio nuovo, nuovo, in una galleria scura."Voltaire o no, avevo timore che voi non conservaste bene il mio manoscritto... E poi ho paura dei bombardamenti degli inglesi: mica potete portarlo nel rifugio a ogni suono di sirena... Mi ci sono consumato la vista per tant’anni, ogni notte, a lume di candela, perché odio la luce elettrica che voi mi avete costretto a mettere e che mi costa un occhio della testa, tra i miei gatti ed i miei cani e ci tengo... E poi io sono il Voltaire del ventunesimo secolo: me l’avete detto una volta voi...""È vero ma mi sono sbagliata: vi amavo e quando si è innamorati si dicono stupidaggini".La risposta lo rabbonì: "Quella volta ci siamo baciati e così a me è diventato fugacemente duro ma voi eravate indisposta e a me non piace impapparmi col sangue...""Sì, il più grande sacrilegio è stato sempre per voi di farlo dove c’è la più forte concentrazione del sapere, della saggezza, dell’intelligenza e della morte: sul nudo pavimento della biblioteca, insomma!""Non fate la Freud! Piuttosto il vostro orto, nel mio giardino, langue. Adesso che siete riuscita a conquistarlo, beninteso contro il mio parere, lo avete miseramente abbandonato... Desidera la vostra zappa e il vostro rastrello... Vi ho rubato le zucchine e le melanzane che erano già mature, prima che gli insetti e gli uccelli le divorassero... Perché non venite a coglierle? L’ho accettato, sì, sì, vi ho accettato...Ho messo un cartello scritto di mio pugno a stampatello, tenuto in mano da uno spaventapasseri di paglia: "Orto di guerra di Marie Dormoy". Stanotte vi ho sognato e poi è tanto tempo che non vi fate vedere da me mentre pisciate: sapete come mi piace... Certo più del vostro suonare il piano, del vostro cantare quel boche di Wagner e le note alte e stridule di Henri Duparc!""Grazie, sempre gentile... Verrò domani che ho il mio pomeriggio libero...""Farete cena con me: due uova, una scatola di sardine, burro, pere che mi sono costate due franchi... il pane ignobile come a Parigi: ma pazienza, c’è la guerra... Ci sarebbero pure due pullover da rammendare: io non ci vedo più bene".Una serie di passi pesanti interruppe il loro colloquio: erano due soldati tedeschi al comando di un tenente. Marie e Léautaud scesero loro incontro ed il graduato in perfetto francese disse, dopo essersi tolto il berretto per salutare ed averlo messo sottobraccio: "Madame, debbo requisire un manoscritto...""Non potete: questa biblioteca è sotto la protezione del governo di Vichy...""Ma che dite? Noi occupiamo Parigi: Vichy è lontana e si disinteressa di queste cose... È un manoscritto di un contemporaneo che parla male di noi, durante la prima guerra mondiale: dobbiamo consultarlo... Ci hanno detto che ci sarebbero frasi come: ’Ammazzarsi, ammazzare... I tedeschi sono ubriaconi, teste calde coi loro plotoni d’esecuzione e i fanciulli belgi sulle loro baionette... Ciò che, in tempo di pace, è un delitto o un crimine, diviene adesso atto di coraggio e di patriottismo... La guerra è il ritorno, legalizzato, allo stato selvaggio... Caino ha ucciso Abele: siamo tutti figli d Caino... ’""Ma sono io che ho scritto tutte queste cose durante il quattordici, diciotto... Che forse non è tutto vero? Che mi vorreste censurare in ritardo?" gridò Léautaud con voce stridula."Chi siete voi?""L’autore del manoscritto che vorreste sequestrare..""Allora siete monsieur Léautaud... Bene: venite con noi. Avete scritto dei nostri alleati giapponesi che sono ’musi gialli dalle grosse mascelle, veri e propri animali da preda’...""E come lo sapete? L’ho scritto da solo, di notte, a casa mia e non l’ho fatto leggere a nessuno se non ai miei adorati mici"."Lo sappiamo, lo sappiamo e vogliamo sapere se è vero e che altre cattiverie avete scritto su di noi...Non bisogna fidarsi dei cinici, mal vestiti, dei clochards miseri e luridi, dai cappotti rivoltati... Sono i peggiori! Siete un Diogene ridicolo!""Siete belli voi con le vostre divise inappuntabili da conquistatori, coi vostri stivali lucidissimi, con la brillantina sui vostri ciuffi...""Venga con noi: lei è in arresto!""Bene: ve la pigliate coi vecchi letterati sull’orlo della tomba, che già muoiono di fame e freddo, per mancanza di vitto, carbone e legna..." e non disse più una parola se non per salutare Marie Dormoy, immusonito. Lei aveva tentato di non consegnare la cassa con la ceralacca, protestando vivacemente, accesa in volto: "Farò intervenire Colette, Jean Cocteau, Pierre Drieu de la Rochelle, il direttore della Nouvelle Revue Française, Céline... Gide è a Nizza, ma riuscirò a raggiungerlo... Vi metterò contro tutti i letterati francesi... Non sapete che Léautaud è un genio, amato ed ammirato da tutti!"Lo vide andar via, dalla finestra, su una camionetta militare, seduto comodamente accanto al tenente e si attaccò al telefono per farlo sapere. Lo disse pure ad un suo caro amico, Alain Laubreaux, il critico teatrale di Je suis partout, diretto da Pierre Gaxotte, e che gli passò anche il caporedattore, il brillante Robert Brasillach, dagli occhi tondi come un bambino e telefonò ai collaboratori di L’action française diretta da Charles Maurras.Tutti le dissero che si sarebbero interessati alla sua sorte, ma poi Lèautaud, nel pomeriggio, le telefonò per dirle che l’avevano rilasciato, però s’erano tenuti il manoscritto del Journal littéraire: "Mi hanno promesso che me lo ridaranno tra circa un mese... Ma chi sa se è vero? A fare la spia è stato sicuramente quel miserabile di Jacques Bernard, l’attuale direttore del Mercure de France che mi ha licenziato dopo trentatré anni di presenza quotidiana prezzolata e quarantacinque di collaborazione, e io me ne andai portandomi via solo il ritratto di Marie Laurencin e la caricatura che mi ha fatto Rouveyre... Ho criticato il suo desiderio di pubblicare in francese Mein Kampf ed ha giurato di farmela pagare... Venite domani?" "Certo"."Ho telefonato a Bernard e mi ha giurato e spergiurato di non essere stato lui..." gli disse l’indomani, ancor prima di salutarlo."E chi sennò?" mugolò lui, togliendole il cappotto elegantissimo. "Lo stanno consultando con le loro manacce sporche chi sa alla ricerca di che... Tempo perso... Io vivo solo per la letteratura e per essa sola... Sì, il mio mondo è letterario e non parlo quasi mai di politica che non mi interessa: mi disgusta e preferisco dire cattiverie dei letterati come quando ho detto che Coppée era l’anus Dei e Nietsche un filosofo tzigano... Non posso essere internato e fucilato per questo... Io dico sempre che solo un accademico scrive come sa, facilmente, e più facilmente giunge al cuore del lettore... Facevo meglio a seppellirlo nel mio giardino ed invece mi sono fatto convincere da voi, sciocco come sono tutti gli innamorati...""Voi, innamorato di me?""Certo e non ho capito non c’è niente che valga più di un buon giardino per nascondere il mio Journal... Solo una bomba d’aereo avrebbe potuto distruggerlo, però sarebbe stato un caso su un milione. Ma mi ci sarebbe voluta una cassa metallica per metterlo sottoterra: dove trovarla?"Lei, con ancora il cappellino in testa, andò poi a zappettare nel suo orto perché dai calzoni di casa di Léautaud si esalava un odore di acre, di rancido, di sudore, di urina, di feci e di biancheria mal lavata che la stomacò.Più tardi andò ad urinare dentro casa stando attenta a non poggiare il sedere sulla tazza lurida: uscendo dal cesso vide la porta aperta dello studio-camera da letto di Léautaud. Al di là del paravento consunto, su uno dei due tavoli: una penna d’oca quasi del tutto spiumata, un candeliere con un mozzicone di candela, pezzi di carta con scritti ed appunti mal difesi dai graffi dei pochi gatti che gli erano rimasti ma che lasciavano ancora quella scia d’odor ferino che ricordava dal trentadue e di cui le pareti scorticate e luride dovevano essere impregnate.D’un tratto si accorse che verso l’armadio c’erano l’impronta di quattro scarponi militari e fini pezzi di rosso calpestati: colta da un pensiero, che le attraversò come una folgore il cervello, si precipitò verso l’anta, aprendola di colpo.La cassa del manoscritto era lì, ancora intonsa con i legami stretti e inchiavardati dalla ceralacca fusa, ma non ebbe il tempo di gridare. Léautaud era dietro di lei e l’aveva gettata sul letto traballante e cigolante, a testa in giù: "Ho intenzione di lasciar scritto che, se vivrete ancora dopo che sono morto, diventerete la legataria universale della mia opera... Ma prima no, non potrete leggerla né averla... Pubblicatela pure dopo la guerra, prima che io muoia dato che una chiromante mi ha promesso che vivrò fino a cent’anni... Ma ve ne darò un pezzo alla volta: tutto quello che ho scritto e pubblicato sul Mercure, cioè fino al 1907, poi dal sette al nove quindi il resto, un po’ alla volta, a stillicidio, dopo averlo corretto col senno di poi ma lasciandoci le ripetizioni per ribadire i miei concetti..."Le morse l’adipe delle spalle coi pochi denti che gli erano rimasti: "Mi ha aiutato a recuperare il manoscritto, che temevo non fosse al sicuro presso di voi, un ufficiale della Wehrmacht, molto simpatico, che era venuto a ossequiarmi ed era rimasto incantato dalla mia verve... Si chiama Ernst Jünger... Dice che sono l’ultimo dei classici...Un Voltaire del ventunesimo secolo e deve essere vero perché lui non è innamorato di me...""No! No!" urlò lei, riavendosi e liberandosi col gettarlo a terra.

[Racconto tratto dall’Almanacco dell’Altana 2000 - © Edizioni dell’Altana]