Questo testo ha vinto il premio "Io Libro" 1998 ed è stato pubblicato sull’Almanacco dell’Altana 1999

 

Edvige Lugaro

La biblioteca di Alessandria

"Tuo nonno Heinrich conosceva Iliade e Odissea a memoria, in greco, e con Onkel Hugo facevano a gara... Era un piacere, nelle lunghe sere d’inverno, ascoltare la loro recitazione appassionata che iniziava con Omero per arrivare immancabilmente a Hölderlin, Goethe, Schiller...".

Così mi raccontava mia madre, esaltando le doti teatrali e soprattutto l’amore per la cultura classica del nonno, degno fratello di quell’Onkel Hugo studioso di filologia classica, col quale da ragazzo aveva condiviso gli allori del Katharinaeum, il prestigioso ginnasio di Lubecca che tra i suoi alunni aveva annoverato Thomas Mann.

"Era una biblioteca sterminata la nostra: classici greci e latini nelle ricercate edizioni Teubner, le prime edizioni della Storia di Roma antica del Mommsen, della Storia dei papi del Pastor, della Kulturrenaissance di Burkhardt, tutti i grandi classici tedeschi da Heine, a Uhland, Eichendorff, Klopstock, Lenau, il Faust con le illustrazioni di Delacroix, i ricercati volumetti della Insel Verlag, i Nibelunghi nelle calligrafiche illustrazioni di Carl Otto Czeschka, la collezione completa dei Blaue Bücher, la Storia dell’Arte di Anton Springer, di Meyer-Lübke, la grande bibbia edita a Halle nel 1896, gli innari luterani, gli enormi tomi del dizionario di Adelung, le prime edizioni illustrate di Wilhelm Busch, di Struwelpeter del dr. Hoffmann, delle fiabe dei Grimm e di Hauff, e poi i giganteschi testi illustrati di scienze naturali, le biografie dei grandi musicisti, le annate complete di Jugend...".

Così mi raccontava mia madre, facendomi sognare paradisi artificiali di rugose pergamene, filettature dorate, profumate maroquineries, fantasmagorie di carte varese, tenui carte d’india, trasparenze di carta di riso...

Ma quella biblioteca che tanto mi ha fatto viaggiare con la fantasia, così carica d’invitanti lusinghe e di sicure promesse, sogno della mia infanzia e della mia adolescenza, quella biblioteca non l’ho mai vista: è rimasta per sempre confinata nelle regioni del mito, come la biblioteca d’Alessandria. E come questa è andata distrutta: bruciata, senza scampo, nel rogo dei bombardamenti su Amburgo, nell’estate del 1943.

I miei anni sono passati alla ricerca di libri, circondati dall’aroma di carte diverse, multiformi e cangianti in varietà di rilegature, di caratteri e d’accenti, con smania collezionistica di chi vuol recuperare il passato, riscattare con donchisciottesca velleità le burle del destino, riappropriarsi di ciò che per diritto, per culturale eredità, gli apparteneva.

I primi compleanni s’identificavano con fogli cartonati raffiguranti disegni d’animali, le Mille e una notte, Il canto dei Nibelunghi dalle smaglianti, elegantemente stilizzate illustrazioni di Laszlo Gal, con le Meraviglie della Musica. La Storia della Pittura di Janson nell’edizione in tela di Garzanti, la magia dei miei primi Classici dell’Arte Rizzoli che s’avvicendavano nelle festività, scandendo i ritmi di crescita, sollecitando le prime frenesie oniriche, in precoci brame di possesso...

I Michelangelo pittore, 3 Giotto, 5 Botticelli, numeri che mia madre faceva coincidere con prolungati percorsi museali. "Oggi piove, tempo per musei". Agli Uffizi, al museo di S. Marco a vedere il Beato Angelico, al museo di Castelvecchio a Verona... In muta, composta adorazione davanti alla Maestà di Simone a Siena, davanti alle opere di Michael Pacher sparse nel Sudtirolo. E il chioccolio della pioggia si confonde nel ricordo con lo scalpiccio dei passi sui lucidi parquets di legno. Scalpiccio che aumentava d’intensità e velocità nei pressi di Pisanello, Taddeo di Bartolo, Giovanni di Paolo, degli animali di Franz Marc, rallentando poi dinanzi all’incombere minaccioso dei trionfi barocchi...

Nella mia memoria quelle passeggiate ai musei sono indissolubilmente legate alle visite alla fiorentina Biblioteca Laurenziana, a quella di S. Marco, in reverenziale ammirazione davanti ai codici miniati su quattrocenteschi plutei di Michelozzo.

Le estati sulle Dolomiti prevedevano regolarmente una visita alla libreria "Athesia" di Brunico, così le sere, gradevolmente fresche e già presaghe di prossimi autunni, trascorrevano sulle pagine incantate delle fiabe di Wolff, nel regno dei Fanes in compagnia delle principesse Lujanta e Dolasilla, del malinconico re Laurino, dell’eroe Ey de Net, in un tripudio d’infuocati rododendri, di cattedrali di ghiaccio, di lunari distese d’edelweiss sorvegliate dallo sguardo vigile delle marmotte.

23 Dürer, Proprio lì, in una di quelle pagine in carta patinata, si trovava quell’acquerello col leprotto la cui riproduzione pendeva accanto al nostro pianoforte. Ho sempre creduto che mio nonno Heinrich, che non ho mai conosciuto, l’avesse tenuta in serbo per destinarla a me, alla sua prima nipote, a quella che, nata in terre lontane, avrebbe chiamato "Mäuschen", topolino, come mia madre più volte mi ripeteva.

Mia madre studiava russo dalla baronessa Ludmilla Iliascenco, amica della moglie di Tomasi di Lampedusa; gli scaffali della sua libreria iniziavano a popolarsi di classici in caratteri cirillici, quelli della mia accoglievano i racconti di Puˇskin e di Afanasjev illustrati da Bilibin.

Il Natale era attesa di un pacco fragrante d’abeti, di cera e di resina che celava sotto involucri stellati, scintillanti di porporine coccarde e di sgualciti nastri scozzesi, Ricki, la giovane volpe, Pekka e il suo pony, Il leone felice, Il pittore Vincent, saghe d’eroi nordici, florilegio di canti infantili. Spartiti per voce e pianoforte incorniciati da filamenti di sapore art nouveau, accompagnati talora, a mo’ di visive didascalie, da figure di ritmo e ductus preraffaellita, compiuti frammenti d’assoluto, di sogni ad occhi aperti che perduravano nel tempo, ne prolungavano il tepore domestico, come le Kinderszenen di Schumann... Il pacco di Tante Marta arrivava puntuale da Uslar tutti gli anni e sulle facciate odorose d’abeti si rinnovava il rito del mio Natale. Le fiabe di Hauff illustrate da Alfred Kubin, una tanto agognata monografia su Tilman Riemenschneider, il Donatello tedesco, le quasi leziose, lievemente manierate, incisioni di Ludwig Richter che riproducevano il succedersi dei mesi e delle stagioni nel rassicurante immaginario popolare, il manoscritto di Manesse con le miniature dei Minnesänger, la Salome di Wilde illustrata da Beardsley, nelle fini rilegature della Insel, il Deutscher Liederwald, raccolta di canti popolari inframezzati da vivaci silhouettes, nostalgiche evocazioni Biedermeier... Qui trovavo immediatamente posto ovunque vi fosse una bimba dalla capigliatura raccolta in trecce con accanto un gatto, un coniglio, o qualsiasi altro animale. Per sottinteso accordo si conveniva allora che quella non poteva che chiamarsi Hedwig, nome che finiva a volte per tramutarsi, con evidente intento d’identificazione, in quello di Heidi, l’eroina di Johanna Spyri, amica della solitudine dei monti e degli animali, le cui vicende sono narrate in due graziosi volumetti rossi copiosamente illustrati. La storia del povero Bastian, ad opera del terribile dr. Hoffmann, condannato ad essere vituperato anche da morto, quando il suo feretro viene trasportato dalle lettere dell’alfabeto, animate ed umanizzate, componenti la parola "Faulpelz", fannullone, completa di punto esclamativo sotto le spoglie d’allegro giullare. Der stille Garten, il giardino silente, antologia del Romanticismo pittorico tedesco: lucide pagine in bianco e nero riproducenti la "Gemütlichkeit", incomparabile intimità di una lettura riparata dalle vetrate di un giardino d’inverno o davanti al camino, un’allegra brigata in birreria, il calore della famiglia intorno all’albero di Natale, la leggenda di Genoveffa e quella del gigante Rübezahl, l’illimitata verticalità dei boschi dello Harz, l’infinita orizzontalità delle spiagge baltiche. Karl Spitzweg, Moritz von Schwind, Caspar David Friedrich, che meglio di chiunque altro risvegliava in mia madre, con le sue foreste cupe, le metalliche marine, i suoi cieli lattiginosi e profumati di terra bagnata, il ricordo, non del tutto sopito, di romantiche idealità, d’astratte illusioni, di mistici furori. In me l’impaziente attesa d’estati che vanamente s’attardavano...

Le mie estati a Uslar nella casa di mia zia, scorrevano protette dall’integrale nelle edizioni Peters dagli scenografici frontespizi delle opere di Mozart, dalle raffinate prime edizioni Jugendstil dei Lieder di Mahler. Sul Blüthner a coda troneggiavano sfarzosi i Lieder di Mendelssohn rivestiti di tela rossa filettata d’oro, facevano bella mostra di sé cinque volumi con le danze di Johann Strauss, affiancate da pregiate acqueforti, in rilegature di tela verde, blu, indaco, amaranto...

E nell’aria risuonava un valzer malinconico e struggente, tragico nel suo epilogo, preludio quasi di laceranti Sprechstimmen schönberghiane: l’episodio centrale del Lied "Wo die schöne Trompeten blasen". La voce di Tante Marta era un sottile arabesco filigranato viola, armoniosamente avviluppato in volute senza principio né fine, in calce al quale stava stampato "Universal Edition".

Rimembranza d’altre biblioteche ove multicolori spartiti tappezzavano pareti invisibili, a tratti interrotte dall’arcigno cipiglio di Beethoven e dall’impassibilità austera di Wagner che con le loro maschere funebri marcavano la loro presenza, il loro dominio invisibile, impercettibile, muti eppur partecipi ospiti delle ilarità sui disastri all’Opera, che "il Nonno", così amava esser chiamato il maestro Wilhelm Sieben, mio nonno d’elezione, da indefesso affabulatore, esibiva senza sosta tra una partitura di Fidelio e una di Rosenkavalier. Mentre il mio sguardo s’irretiva in recondita bramosia sui volumi stinti di Wyzewa-Saint Foix, sulla copia anastatica della prima biografia mozartiana del Nissen, sui tomi giallo bruni di Hermann Abert, sul Paumgartner, sul catalogo Köchel, sul saggio di Alfons Rosenberg sul Flauto magico, sui facsimile autografi del Requiem e della Haffner-Symphonie...

10 Antonello da Messina, 11 Vermeer, 17 Van Eyck, 38 Beato Angelico, 43 Simone Martini, 56 Pisanello, 60 Duccio... Nelle pagine lucenti, che sapevano di nuovo, di cartacea colla dagli aromi vanigliati, s’incidevano fondi aurei ove galleggiavano ritrose Madonne in superba maestà... I volumi si moltiplicavano incessanti in un programmato saccheggio di librerie, con quella brama di possesso, costantemente condannata da mia madre e, secondo lei, tipica di chi non aveva mai perso tutto nel giro di pochi istanti.

La casa di Goethe e quella di Schiller a Weimar, l’altra, arredata dall’algida, razionale eleganza di Henry Van de Velde, di Nietzsche.

Nella prima dominavano sovrani l’ordine, il gusto per la catalogazione meticolosa, dagli esemplari botanici a quelli minerali; l’anima del poeta non era scissa da quella del ricercatore erudito, dello studioso dal volto di Faust. Lo studio di Schiller, nelle sue tonalità soffuse, nelle discrete luci da interno fiammingo, evocava il rigore umanistico, ma insieme mistico nel suo superbo isolamento, del S. Agostino di Antonello, la sospesa, estraniata interiorità delle solitudini di Vermeer. La sedia di Schiller sta dietro un tavolo, piccolo, scuro, che non è in prossimità di una finestra, non guarda "oltre", verso la luce, al di là di un vetro, ma è circondato e fronteggiato unicamente da libri. Solo, esclusivo orizzonte rilegato in pelle e pergamena. Il lontano, l’"altrove" è un macroscopico mappamondo di legno che ricorda quello dell’Astronomo di Vermeer della parigina collezione Rothschild.

Voluttà estive erano anche le cartoline inviate a mio padre, nella lontana, torrida Sicilia, dalle teatralità rococò delle biblioteche di S. Gallo, di Melk, di Wolfenbüttel, ove visse l’allora bibliotecario Lessing. Dalla severa, così asceticamente maestosa biblioteca dell’abbazia di Corvey sul Weser. Preziose pergamene, giganteschi manoscritti miniati illuminavano di sé gli spazi affrescati, quali abbacinanti ostensori, fulgidi, estatici Graal che imponevano un silenzio assoluto, a tratti contaminato dal fruscio di passi attutito da grandi pantofole di lana.

Le passeggiate a cavallo sui prati rosseggianti d’erica riacquistavano vita nelle tavole policrome su cartoncino opalino del ponderoso volume rilegato in pelle sull’iconografia del cavallo nell’arte e dalle diafane lontananze della memoria affiorava un racconto di nivei cavalli fatti di nuvole, al galoppo tra le stelle e le tempeste, sull’immagine eterea dei candidi destrieri dai finimenti azzurri adorni di campanelline, in sosta davanti al cancello del Paradiso.

21 Watteau, 62 Fragonard, 85 Friedrich, 96 Liotard, 100 Boucher, 109 Chardin...

L’euforia delle decorazioni color pastello, leggiadre, così effimere e solari eppur sottilmente, implacabilmente malinconiche nelle loro maschere perennemente, incessantemente gaie, in una recita senza fine. La scoperta dei Salons di Diderot, di un’acribia critica senza pari, ove impercettibile è il diaframma tra etica ed estetica...

Mia madre studiava arabo al centro al-Farabi e viaggiava verso l’Oriente; negli scaffali della sua libreria iniziavano ad apparire sure coraniche in caratteri nashki, quelli della mia accoglievano le miniature persiane che accompagnavano Il libro dei Re di Firdusi, le Rubâ ’iyat di Omar Khayyam, gli infelici amori di Layla e Majnum di Nezami. L’occhio si perdeva in ghirigori di geometrie ad incastro, in caleidoscopi d’opale con stelle ad otto punte e fettucce cruciformi, in serici, purpurei lampassi...

Il sogno aveva le parvenze d’incommensurabili prati trapunti d’oro e di perle, sfiorati da pavoni di lapislazzulo...

Le amicizie si cementavano nell’affannosa, tribolata ricerca di testi vari spulciati da cataloghi di librerie antiquarie che ci si scambiava nella segreta speranza di "fare un colpaccio", d’aggiungere un esemplare intonso alla nutrita bibliografia mozartiana, di "soffiare", in affettuosa ma implacabile concorrenza, un’introvabile prima edizione italiana di Jean Santeuil, delle Liaisons dangereuses, dei Chants de Maldoror o di un’ancor più introvabile Civiltà artistica della Sicilia. Le voci dei librai, nella familiarità della loro cadenza toscana, risuonavano amiche all’altro capo del telefono, sia che i "desiderata" fossero soddisfatti sia che arrivasse il temuto "mi spiace, già venduto". E ci si chiedeva chi mai avesse potuto posare gli occhi su quel volume degli inizi dell’Ottocento così singolare, su quel Paradis de Moncrif autore, nella prima metà del Settecento, del primo testo storico sui gatti.

Le "cacce" comportavano lunghi ed accurati esami tra gli interminabili scaffali che si susseguivano nelle stanze di "Nuova Presenza", palermitana libreria che offriva la riservatezza e la silenziosa discrezione della Biblioteca Comunale o di quella del Centre Culturel Français nella sua vecchia sede di via Quintino Sella, dove volentieri mi seppellivo nei versi di Verlaine, accanto alla finestra da cui meglio osservavo la crescita di un piccolo nespolo, tra le pagine di quell’opera omnia in sette volumi del 1927 per i tipi di Albert Messein che qualche anno più tardi avrei rinvenuto in un catalogo di libri rari.

Mai omaggio floreale o di qualsivoglia genere fu più gradito di un’edizione napoletana del 1853, adorna di delicate incisioni, delle opere complete di Byron che costò al munifico donatore ore di faticose trattative, di travagliati negoziati e di scambi con pile di libri di più facile reperibilità con un anziano, diffidente libraio di corso Vittorio Emanuele. Per fortuna la tenacia e la costanza ebbero la meglio sul poco generoso commerciante finendo per annichilirlo dalla stanchezza. Né gesto alcuno fu mai più galante di una rilegatura in pelle bordeaux con filettature in oro che incorniciavano le mie iniziali, custodi di un’edizione del 1828 dell’autobiografia di Benvenuto Cellini. Negli anni in cui avveniva la scoperta, entusiasticamente rovente e diabolicamente sulfurea, della musica di Berlioz. Nel mito romantico del genio creatore, nella prometeica grandezza e nella titanica maledizione della dannazione di Faust.

6 Caravaggio, e 18 Canaletto, finalmente trovati dopo defatiganti e affannose ricerche, 63 Monet...

I colori del sogno infranto, le sagome che si disfano in acque putrefatte...

Wunschloses Unglück, infelicità senza desideri, di Peter Handke, fu il regalo d’un amico per annunciarmi il suicidio della madre. Una splendida edizione in pergamena, edita a Venezia nel 1790, delle opere di Petrarca l’estremo saluto d’una cara, anziana amica siculo-tedesca. La morte di quel mio padre, così lontano dalle mie letture eppur tanto amato, m’obbligò alla forzata, angosciosa ricerca d’anestetici, d’antidoti che al contempo avessero però il potere di far rivivere quella voce che mi leggeva da bambina le fiabe di Capuana e di Emma Perodi, le Memorie di un ciuco della contessa de Ségur, di farmi ancora viaggiare sulla Tuonante insieme al Corsaro Nero, verso Mompracem con Sandokan, Yanez e i tigrotti della Malesia, sugli spalti di Cipro insieme a Capitan Tempesta e al Leone di Damasco...

Il tempo colava inesorabile ed anche i libri erano taciti latori di sofferenze, echi di dolorosi ricordi che impietosamente riportavano alla memoria.

Un’autentica febbre salgariana m’indirizzò verso un collezionismo sfrenato e senza troppi scrupoli. Che gioia sadica poter sottrarre ad un fanatico, appassionato lettore l’agognato titolo mancante! Le variegate copertine delle prime edizioni illustrate da Alberto Della Valle e Pipein Gamba s’espandevano gradualmente sugli scaffali accanto a rilegature in mezza tela rosse, nere, azzurre... Il ciclo dei corsari cresceva accanto a quello della Malesia, quello del Far West s'ingrossava accanto a quello del Leone di Damasco, a quello delle Bermude, a quello delle Filippine...

Accanto ai romanzi salgariani trovai viatico alle mie sofferenze immergendomi completamente nella Recherche: il 1977 fu per me l’anno di Proust. Totalizzante, esclusivo, assoluto, tanto che alla fine del Tempo ritrovato percepii un’altra assenza, un altro vuoto, come la scomparsa di una persona amica.

Ad un altro vuoto ancora, la scomparsa di Tante Marta, sembrò quasi venire in aiuto quel libro che a Uslar aveva sempre occupato un posto d’onore nella libreria vicina al Blüthner: Der deutsche Wald, il bosco tedesco. I boschi di faggi, di querce, di larici, d’abeti, la vita dei loro grandi e piccoli abitanti, la trascrizione in note del canto degli uccelli, così differenziato tra mordenti, trilli, tremuli, acciaccature e terzine mi riportavano indietro nel tempo, agli anni nel Reinhardswald, a Sababurg, sui siti delle fiabe dei Grimm, sulle orme dell’Eicholz, nostra passeggiata favorita, tra le querce che recavano ancora incisi sulla corteccia fragrante di resina, accanto a quelli dei miei bisnonni, i nomi dei miei genitori. Negli estenuati crepuscoli estivi di Uslar che riecheggiavano dei nostri canoni a due voci:

"Alles schweiget.

Nachtigallen

locken mit süssen Melodien

Tränen ins Augen

Schwermut ins Herz"

 

("Tutto tace. Usignoli arrecano con dolci melodie lacrime agli occhi, mestizia al cuore").

[Racconto tratto dall’Almanacco dell’Altana 1999 - © Edizioni dell’Altana]