INTRODUZIONE

"Possa tu ricordarti di me"

di Dario Sabbatucci

"L’Odissea è il primo romanzo di tutta la letteratura greca"1 . Samuel Butler, l’autore di questo libro, non è un filologo, ma è un romanziere. Romanzesco è il suo contributo alla questione omerica. E tuttavia più convincente di tanti costrutti dei grecisti di professione. Padroni di non credere alla sua tesi che sconvolge tutta una tradizione di studi; io ci credo. Dopo aver letto questo libro credo che veramente l’Odissea sia stata scritta da una donna di Trapani. E se poi le cose non stanno così, non me ne importa niente; dopo tutto rivendico la mia libertà di opinione con la stessa forza e con la stessa passione con cui Butler ha rivendicato la sua osando sfidare cento anni fa il mondo accademico chiuso nelle incerte certezze che compongono la cosiddetta questione omerica.

Nell’Odissea "le cose più meravigliose e fantasiose sono raccontate con tanta evidenza e splendore, da assumere aspetti, toni, colori della realtà vera, di cose che il poeta abbia veduto con i suoi occhi"2. Bene, anche Butler la pensava così. E col presupposto che il poeta abbia calato il "romanzo" nella realtà in cui viveva, si è chiesto quale fosse questa realtà, e l’ha cercata nel testo e non nelle opinioni dei filologi.

I miei allievi sanno che, quando assegno ad essi una tesi di laurea, li invito a leggere le fonti e a trascurare la letteratura. Prima di tutto le fonti: leggerle, decifrare il loro messaggio, trarne le conclusioni; poi, ma soltanto poi, ha senso confrontarsi con la letteratura, senza l’ossequio per i monumenti accademici, bensì con la coscienza di combattere ad armi pari. È quanto ha fatto Butler.

Egli ha letto e riletto l’Odissea, l’ha interpretata e tradotta a modo suo, ne ha decifrato il messaggio, si è posto problemi di ricerca, man mano che l’operazione progrediva, ed ha trovato le risposte contestuali (tutto dentro il testo e niente al di fuori del testo). Poi si è battuto baldanzosamente contro il mondo accademico, con l’orgoglio e la forza delle proprie convinzioni. Ed è stato sconfitto. Oggi nessuno lo annovera più tra le schiere degli omeristi. O lo si ricorda come uno stravagante, indegno di citazione, al quale si nega un posto nelle bibliografie specialistiche.

Ben vengano certe stravaganze, anche quelle di cento anni fa. Ben venga la stravaganza di uno scrittore, un romanziere provvisto di una solida cultura classica, che, affascinato dall’Odissea, ha invaso il campo degli studi filologici, portandovi una boccata d’aria pura. L’Odissea rivisitata da Butler sfugge all’appiattimento a cui l’hanno condannata la sua definizione come poema epico e il conseguente accoppiamento all’Iliade. D’accordo: sono stati gli antichi a distinguere un genere letterario "epico", ma loro intendevano dire semplicemente che si trattava di poemi scritti in esametri3 e quindi facevano d’ogni erba un fascio chiamando epica anche la poesia che noi chiamiamo lirica, purché scritta in esametri dattilici. Insomma dobbiamo fare a meno di leggere l’Odissea come se fosse il seguito dell’Iliade, o dobbiamo limitarci a considerarla un seguito soltanto perché quella presuppone questa, ponendo Troia come termine di paragone (prima e dopo la sua distruzione), ed anche constatando che l’autore dell’Odissea conosceva l’Iliade. Dunque non un seguito, ma composta in seguito.

Ma allora perché la tradizione ci ha consegnato le due opere accoppiate? Perché queste due opere ci sono arrivate insieme ed integre, mentre sono andati perduti tutti gli altri poemi del ciclo troiano? Sono domande serie, a cui si risponde con superficialità quando si dice: perché nel mucchio soltanto l’Iliade e l’Odissea meritavano di essere salvate. Allora, da un punto di vista rigorosamente storico, è preferibile rispondere: è successo e basta. In mancanza di dati - ci mancano i termini di confronto, gli altri poemi - dobbiamo sospendere ogni giudizio di merito: figuriamoci poi ad usare un giudizio estetico per spiegare un fatto storico. Perché è un fatto storico prima che letterario, e tocca allo storiografo, se trova gli elementi, fornire la risposta giusta.

Due elementi ci sono: a) nel 6° secolo a.C. Pisistrato, il tiranno ateniese, ordinò una redazione scritta dei due poemi; b) a Pisistrato viene attribuita l’istituzione dei Panathenaia, una festa durante la quale era prevista la recitazione dei due poemi. Sono elementi che, comunque vengano interpretati, rinviano ad una scelta storica, quella di Pisistrato, certamente funzionale alla propria politica, ma i cui effetti sono andati ben oltre il 6° secolo ateniese. Pisistrato ha dato ai due poemi la preminenza, la gloria, l’ufficialità, con cui si sono diffusi in tutta la Grecia e dalla Grecia a noi. Tutto per la maggior gloria di Atene (e di se stesso); non dimentichiamo che i primi templi monumentali di questa città sono stati eretti sotto Pisistrato e i Pisistratidi. Bene, l’edizione pisistratea dei poemi omerici va vista come un monumento aere perennius.

Non perdiamo di vista le fondazioni di Pisistrato. I templi monumentali e una festa "panateniese" (i Panathenaia da contrapporre alle feste panelleniche) fondavano la supremazia ateniese (almeno culturale) su tutta la Grecia. L’Iliade fondava la nazione ellenica e il ruolo di sua patrona affidato ad Atena la dea poliade di Atene. L’Odissea fondava il potere dinastico progettato da Pisistrato4. Lo fondava proprio a partire dalla crisi dinastica raccontata nell’Odissea e che il racconto risolveva con la restaurazione della dinastia.

Nessun dubbio che Pisistrato , o chi per lui5, abbia rielaborato il testo dell’Odissea; per es. introducendo tra i figli di Nestore un Pisistrato, cioè un suo omonimo che poteva vantare come antenato (e di fatto lo vantava). Questo personaggio sostituisce Atena che, sotto le spoglie di Mentore, aveva accompagnato Telemaco alla reggia di Nestore, e diventa la nuova guida di Telemaco nel viaggio alla ricerca di notizie su Ulisse. È lui il primo a dare la mano a Telemaco, col quale stabilisce una affettuosa amicizia. Gli dà preziosi consigli: è capace di farlo perché è definito giusto e saggio (ma è anche detto "buona lancia" e "condottiero"). È più che probabile che la parte dell’Odissea che racconta queste cose sia stata composta e aggiunta6 proprio per diffondere una immagine ideale del Pisistrato storico, a cui la dea Atena aveva delegato l’incarico di proteggere la città dai nemici esterni ed interni. Non sarei alieno dall’identificare gli odiosi Proci con i nemici interni, la casta dominante alla quale Pisistrato tolse il potere.

Dunque, nel 6° secolo circolava in Grecia un testo che narrava le avventure di Ulisse. Il testo fu rielaborato e accresciuto in Atene, e nella nuova versione fu consegnato all’eternità. Da dove fosse arrivato ad Atene e chi avesse scritto il nucleo originale, è quanto si chiede in sostanza Butler. E risponde: l’ha scritto una donna che viveva a Trapani fra il 1050 e il 1150 a.C. Lasciamo da parte la datazione, che il contesto, nonostante gli sforzi di Butler, non riesce a rivelare. Invece è proprio dal contesto che emergono la donna e Trapani.

Una donna che scrive ci sembra troppo moderna e comunque inimmaginabile nel mondo che ha prodotto l’Odissea. Però precisiamo: inimmaginabile in un mondo che noi immaginiamo. Noi abbiamo di quel mondo un’immagine che potrebbe non corrispondere alla verità. Non si arriva ad una Saffo (o a una Corinna o alle tante poetesse celebrate dagli antichi) senza una tradizione di poesia femminile: questo dice Butler. In definitiva se l’autrice prospettata da Butler non si accorda con i nostri schemi abituali, non è detto che questi schemi non si debbano o non si possano modificare; dopo tutto non si tratta di dogmi di fede che ci costringerebbero a condannare Butler come eretico. È un fatto che, dopo Butler, rileggere l’Odissea e quanto se ne è scritto, ci induce a scoprire cose nuove e dunque ad uscire dalle nostre abitudini mentali.

Faccio un esempio. Una delle affermazioni che più mi hanno colpito a suo tempo e che soprattutto mi hanno indirizzato all’interpretazione dei poemi omerici, suona così: "Due ideali di vita sono messi l’uno contro l’altro: quello delle aristocrazie guerriere che ha il suo specchio poetico nell’Iliade, e quello di una civiltà marittima fondata sulla tecnica, che aborre dalla guerra e pone il suo fine nella pace"7. Bene, adesso, dopo aver letto Butler, correggerei questo giudizio lasciando "civiltà" (intesa come sistema di valori) ma sostituendo il suo attributo "marittima" con l’attributo "femminile". Insomma parlerei di un punto di vista femminile da contrapporre a quello maschile.

Quanto alla rilettura dell’Odissea, porto un altro esempio. Nausicaa si congeda da Ulisse: Addio, straniero, possa tu ricordarti di me quando sarai tornato in patria, perché a me per prima devi la vita (8, 461-462). Ora, forse suggestionato da Butler, credo di scorgere in queste parole il suggello della poetessa, la sua firma. Se Ulisse esiste, se vive da protagonista nella cultura greca, ciò è dovuto a colei che per prima ha cantato le sue vicissitudini, a colei che lo ha creato e che si cela nella figura di Nausicaa. L’autrice vede la cosa come una sua creazione; dopo di lei altri parleranno di Ulisse, prima di lei altri ne hanno parlato, ma quell’Ulisse, il suo Ulisse, è lei per prima che l’ha concepito come noi lo conosciamo.

Spero di essermi spiegato. In sostanza suggerisco di seguire quietamente il discorso di Butler, con attenzione, con diletto, con curiosità, o come vi pare, ma senza lasciarvi ostacolare da obiezioni scolastiche, sia che si tratti della famosa e fumosa oralità che avrebbe preceduto la scrittura dei poemi omerici, sia che si tratti della identificazione dei luoghi descritti nell’Odissea. Perché non potrebbe essere Trapani? Che sappiamo di Trapani antichissima? La città entra nella storia soltanto verso la metà del terzo secolo a.C., quando i Romani la sottrassero ai Cartaginesi che vi avevano stabilito una loro enclave fortificata. Ma il paesaggio, quale che sia stata la sua storia, è sempre rimasto lo stesso; Butler l’ha trovato descritto nell’Odissea. Quanto alla questione se lì vivessero genti di lingua greca, e dunque se li potesse esser stato composto un poema greco, diciamo che almeno il nome della città è indubbiamente greco: Drápana ("falci"). Circa le genti del posto dobbiamo contentarci di quel poco che ne dice Tucidide (6,2,3): "Dopo la distruzione di Troia, alcuni Troiani, sfuggendo le navi achee, arrivarono in Sicilia e, stabilitisi vicino ai Sicani, furono detti tutti insieme Elimi [élymos, involucro, astuccio per l’arco e per la cetra], e le loro città furono Erice e Segesta. Accanto ad essi coabitarono anche alcuni Focesi, di quelli che da Troia erano stati trasportati dalla tempesta prima in Libia e poi da lì in Sicilia". Il resto è silenzio.

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1 Gennaro Perrotta, Storia della letteratura greca, 5^ ed., Milano-Messina, 1947, vol. 1°, p. 23. Non a caso cito Perrotta: è lo studioso che ha cercato, al di fuori degli schemi accreditati, di illuminare soprattutto le singole personalità poetiche. Insomma si è mosso sulla stessa via di Butler il cui problema è stato quello della personalità dell’autore dell’Odissea.

2 ibidem.

3 L’esametro dattilico, il verso dei poemi omerici, era detto épos; donde l’aggettivo epikós.

4 Per queste considerazioni mi avvalgo dei risultati sin qui conseguiti da una giovane studiosa, Ippolita Venturi, in un lavoro in fieri sui poemi omerici, le cui parti redatte ho avuto l’occasione e il piacere di leggere in prima stesura.

5 Magari quell’Onomacrito che secondo la tradizione ha manipolato i poemi omerici alla corte di Pisistrato.

6 Che si tratti di un testo avventizio, Butler non lo esclude, ma mancandogli la prospettiva dell’azione storica di Pisistrato, dice: "Non posso credere che le aggiunte siano state fatte da persona diversa dalla stessa autrice del poema".

7 Carlo Diano, Saggezza e poetiche degli antichi, Vicenza, 1968, p.203. Si tratta di un saggio intitolato La poetica dei Feaci. Va notato che quando Diano parla di tecnica, include, anzi evidenzia la tessitura, riportando alcuni versi dell’Odissea (7.108-111) che traduce cosi: Quanto ai Feaci su tutti gli uomini eccellono nell’arte di guidare una nave, così le donne conoscono quella di lavorare al telaio. Ad esse più che ad altre Atena ha dato 1’intelligenza sagace e la sapienza ai bei lavori.