Il Sole 24 Ore
La forza artistica del sesso debole
di Luigi Mascheroni
Se esiste un movimento artistico all'interno del quale la figura maschile si pone come dominante, questo è proprio il Futurismo. Tanto che Filippo Tommaso Marinetti fin dal 1909, con il preciso intento di rifiutare in letteratura l'eterno femminino, aveva solennemente proclamato il "disprezzo della donna". E in effetti, soprattutto nei primi anni, se si eccettua la francese Valentine de Saint Point che nel ‘12 lanciò il Manifesto della donna futurista, è difficile rintracciare presenze femminili di rilievo. Eppure a partire dagli anni 20, nella fase del cosiddetto "secondo Futurismo", emerge dotata di forte e autonoma personalità artistica la figura di Benedetta Cappa, alla quale il marito Filippo Tommaso Marinetti dedicherà alcune squisite poesie in francese lontanissime dalla poetica di quella avanguardia di cui fu il principale ispiratore (Poesie a Beny, Einaudi 1991).
Nata a Roma nel 1897 da famiglia piemontese e fin da giovanissima con una spiccata vocazione alla letteratura e alla pittura, Benedetta (che si firmava solo col nome) fu allieva di Giacomo Balla, nel cui atelier conobbe il futuro marito. Con loro, nel ‘29, firmò il Manifesto dell’aeropittura. Ma oltre che originale pittrice, Benedetta fu autrice di tre romanzi che costituiscono il nucleo della letteratura femminile futurista e
che ora appaiono per la prima volta riuniti in un solo volume, con un bel saggio introduttivo di Simona Cigliana, a cura delle edizioni dell’Altana.Spinte al limite dell’astrazione verbale e del simbolismo concettuale, le prove letterarie di Benedetta, a partire da Le forze umane (1924), passando al "romanzo cosmico per teatro" Viaggio di Gararà (1931) fino a Astra e il sottomarino (1935), rappresentano le ricerche più estreme e interessanti di un tentativo di traduzione grafica dell’esperienza "paroliberista".
Ricchissimi di un’immaginazione creativa che senza perdere nulla in freschezza e giocosità acquista forza dalla vocazione simbolista e visionaria di Benedetta, questi romanzi si presentano come assolutamente necessari per comprendere nelle sue giuste dimensioni il contributo che la componente femminile diede alla più significativa avanguardia del 900.
[Da Il Sole-24 Ore, Domenica 3 gennaio 1999, n. 2, pagina 28]