Leopold von Sacher-Masoch
RACCONTI
DI GALIZIA
© Edizioni dell’Altana 1997
I
Mi ero appena svegliato. In mancanza d’un più degno motivo di studio scrutavo la tela che, simile a palazzo aereo, un grosso ragno nerastro m’aveva intessuto sul capo. Mi distrasse l’ingresso dell’inserviente cosacco. Fermo sulla soglia, egli fissò la punta dei miei stivali lucenti. Faceva sempre così quando aveva qualcosa d’importante da dirmi. Gli chiesi:
-
Che c’è, dunque Javach?-
Ho visto giù dei signori venuti da L’wow che si preparano a una gita in montagna. Perchè non ci andiamo anche noi, padrone? Dopo tutto - aggiunse insinuante - sono in compagnia di due signore, bellissime signore.Mi vestii in fretta, presi il fucile e qualche provvista. Scendemmo all’ingresso della kartchma dove sostavano i viaggiatori giunti dalla lontana capitale della Galizia per visitare i nostri Carpazi orientali, le montagne e il Lago Nero.
Mi presentai, innanzi tutto - bene inteso - alle donne. Una di esse, la giovane Lola, era davvero incantevole. Aveva quegli occhi neri provocanti e quella grazia spigliata che solamente posseggono le fanciulle polacche e le gattine austriache. Invece la sua compagna, signorina Lodoiska, più avanti negli anni, di notevole non possedeva in abbondanza che la grazia legnosa delle vergini di Holbein. Era giunta all’età in cui le damigelle cominciano a entusiasmarsi per il magnetismo, l’arte, la letteratura, il microscopio, la sublime vocazione redentrice dell’eterno femminino e la scoperta delle sorgenti del Nilo.
Un valente professore di scienze naturali scortava con molto sussiego e dignità le due damigelle. Il suo volto poteva indifferentemente ricordare la maschera di Socrate, quella d’una scimmia o d’un Faraone mummificato dopo cinquemila anni d’ipnosi nella sua piramide. Oltre che per la maestosa barba nera, il professore si faceva notare per l’abito di cotone, le scarpe verniciate, una valigetta e due reti; la prima traforata per acchiappar farfalle, l’altra di tela grezza per la pesca dei coleotteri acquatici.
S’erano uniti alla comitiva un giovane curato, che subito mi parve molto sveglio, e un presuntuoso chirurgo insaccato nella pretenziosa marsina azzurra dai bottoni dorati. La mia offerta d’accompagnarli fu bene accolta. Bisognava però trovare una guida sicura che procurasse anche selle e cavalli. Il chirurgo propose un certo Nikolai Obrok, vecchio "haydamak" della stirpe Huzli.
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Haydamak? - chiese allarmata la signorina Lodoiska - Ma haydamak non vuol dire brigante?-
Press’a poco - rispose il chirurgo - Sì, mie signore, questa regione ricorda le praterie d’America e gli Huzli - a cui il nostro haydamak appartiene - equivalgono ai pellerossa.-
Huzli? chi sono?Intervenne il curato. Viveva in campagna, conosceva bene la gente del luogo.
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Gli Huzli, sebbene ne abbiano adottato la lingua, sono molto diversi dagli slavi che li circondano. Abitano zone montuose, tra le rocce, anziché in pianura. Sono pastori, non contadini. Sono anche, come i cosacchi, guerrieri nati e, come i cosacchi, uomini, donne e bambini mai si distaccano dai loro cavalli. Orgogliosi sino al fanatismo, sempre hanno rifiutato lavoro e servitù dagli estranei. Molto robusti, di alta statura, sfiorano spesso i due metri e vivono a lungo, a volte oltre i cento anni. Ne conobbi uno nel 1852 a Kiribaa, di nome Piotre Buzdul, che di anni ne contava 120. Era stato granatiere sotto Maria Teresa.Come un topolino che stritoli un biscotto, Lola mostrò i suoi dentini bianchi per informarsi di che indole fosse quella strana gente.
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Allo straniero danno subito del tu, ma quando parlano di se stessi, individualmente, usano il noi e non l’io, tanto forte in loro è il senso della comunità. Sono ospitali al punto da tenere in ogni casa, anche nella più umile, una stanza per il forestiero. Incapaci di viltà o d’artificio, si vendicano senza pietà di chi li tradisce. Ritengono sacro il nome di Huzli...-
Un nome davvero brutto - l’interruppe Lodoiska, curiosa - che origine ha?-
Alcuni - proseguì il curato - lo fan derivare dalla parola valacca huz, che vuol dire forte. Altri sostengono che gli Huzli siano il resto d’un antico insediamento immigrato dal Caucaso, le cui tracce si trovano ancora laggiù. Al Caucaso rimandano infatti i loro costumi, i loro canti, la stessa razza dei loro cavalli, i disegni speciali dei ricami sulle camicie e sugli abiti. Hanno capelli neri anziché biondi come quelli dei loro vicini Russi, Polacchi o Germani. E biondo è, per gli Huzli, il loro più temuto nemico, il vampiro dei Carpazi. Rifugiati fra le rocce delle montagne, essi poterono custodire intatti rituali, abitudini e tratti somatici, mentre i popoli vicini delle pianure venivano dispersi o assoggettati prima dai Germani, poi da Unni, Ungheresi, Tartari, Mongoli e Turchi. Possiamo quindi supporre che dal Caucaso alla Galizia, gli Huzli fossero qui presenti già molto prima delle grandi migrazioni medievali. Deriva dal latino colonia il nome della città di Kolomea, in dialetto Kolomeia. Pensate che i guerrieri Huzli ancor oggi fra loro si chiamano leginsii, legionari. Essi giurano sempre su Plutone e invocano il prode cavaliere Marte. Una montagna presso Kuty si chiama Ovidio e così pure un suo prossimo lago. Forse Ovidio visse in esilio a Kolomea, città ricca di rovine romane e di monete con l’effigie di Cesare. Forse gli Huzli discendono da una colonia romana.-
Forse - interruppe bruscamente il cosacco, del tutto indifferente all’argomento - Ma qui non stiamo chiacchierando con un bicchiere di schnaps all’osteria. Se non vogliamo perdere il fresco del mattino, dobbiamo incamminarci subito.Così facemmo mentre il chirurgo intonava una vecchia canzone molto adatta alla circostanza: "Oh briganti, miei cari fratelli briganti!"
(Continua…)