L’Espresso

 

Benedetta Cappa celebrata a Palermo

LA MIA MAMMA FUTURISTA

Brava massaia, vera artista, capace manager del movimento. Dalle parole di sua figlia, il ritratto privato della signora Marinetti

 

incontro con Ala Marinetti

di Arianna Di Genova

 

Ala Marinetti è una signora bionda, di serena bellezza che abita in una casa ai piedi del Quirinale dal vago sapore orientale. Tappeti ovunque e molti mobili di esotico design. Quei mobili, spiega Ala, hanno visto la nascita del Futurismo. Erano nella celebre "stanza araba" di Parigi (e prima ancora nella villa di suo nonno, ad Alessandria d’Egitto) dove in un’atmosfera da moschea venne redatto nel 1909 il primo Manifesto del movimento.

Secondogenita di una coppia eccezionale quale fu il sodalizio affettivo-intellettuale di Benedetta Cappa e Filippo Tommaso Marinetti, Ala ha condiviso con le sorelle (Vittoria e Luce) una vita non comune. Ma lei tiene a precisare che la loro in realtà era una famiglia normale. "Siamo cresciute con un’educazione severa. Andavamo al Sacro Cuore e non ci era permesso frequentare la bohème artistica che invadeva la casa nei pomeriggi. Evidentemente i nostri genitori ritenevano quella compagnia così eccentrica non adatta a delle bambine. Certo, avevamo le pareti tappezzate di quadri futuristi e un’intera camera tutta dipinta da Giacomo Balla...". Le figlie Marinetti venivano comunque battezzate nel nome dell’arte: il padre infatti era solito esporre le neonate sotto l’adrenalinico "Dinamismo di un footballer" di Umberto Boccioni che campeggiava nel grande salone dell’abitazione romana di piazza Adriana.

L’occasione dell’incontro con l’erede del leader del Futurismo non è però legata alle sorti paterne bensì a quelle materne. È infatti proprio a Benedetta, la poetessa e aeropittrice che amava "la velocità dei motoscafi" - titolo di una sua opera esposta alla Biennale del ’26 - che Palermo dedica una sezione monografica all’interno di una rassegna sulle presenze futuriste in Sicilia, a cura di Anna Maria Ruta, tra i Cantieri culturali alla Zisa e il Palazzo delle Poste, fino al 24 gennaio. E non poteva esserci città più appropriata per l’omaggio: fra il ‘33 e il ‘34 Benedetta aveva realizzato per la Sala delle Conferenze del Palazzo delle Poste cinque grandi pannelli a tempera ed encausto sul tema delle vie di comunicazione. In mostra ci saranno alcune delle tele più significative (la sua produzione pittorica è stata esigua ma cruciale, quasi un riassunto di ogni tappa delle poetiche futuriste), i disegni, i documenti della vita privata e gli scritti: recentemente sono apparsi in un’unica pubblicazione per le edizioni dell'Altana i suoi tre romanzi. "Non so se mia madre sia stata più una letterata o un’artista… Sicuramente l’amore per la pittura era cominciato per lei molto presto, intorno ai vent’anni. "Un giorno", racconta Ala, "passeggiando per Villa Borghese aveva incontrato Balla. Lui, col suo cavalletto, stava studiando le rifrazioni della luce fra gli alberi... Si misero a parlare e Balla la invitò al suo studio. Lei andò e divenne sua allieva. Poi, mio zio Alberto, sostenitore della causa futurista, qualche tempo dopo le disse: ‘Se vieni alla mostra di Balla, ti presento Marinetti’. Fu così che conobbe mio padre". Nonostante la differenza di età (Marinetti allora, siamo negli anni Venti, aveva già passato la soglia dei 45) l’incontro fu fulminante.

Ma com’era nel quotidiano la donna futurista? "Mia madre", ricorda ancora Ala, "era una donna moderna. Sensibile, colta e allo stesso tempo femminile. Che era riuscita nel non facile compito di affiancare un personaggio come Marinetti pur mantenendo la sua fortissima personalità". Non una virago dunque, ma una donna che sapeva coniugare vita privata e pubblica, con grandi doti organizzative. Mentre in Italia, nell’immediato dopoguerra, il futurismo subiva un ostracismo per cause politiche (la sua vicinanza al fascismo gli procurò molti detrattori) Benedetta si comportò come una modernissima manager. E riuscì nella sua opera di "alfabetizzazione" internazionale. "Fu lei", continua la figlia, "a far conoscere il Futurismo all’estero. Dopo la morte di mio padre, avvenuta nel ‘44, dedicò tutte le sue forze a valorizzare il movimento d’avanguardia riunendo le opere, i manoscritti e promuovendo mostre internazionali. Non scriveva testi critici ma forniva sempre il materiale ed elargiva generosamente testimonianze. Non c’erano più tanti soldi Marinetti aveva creduto nella rivoluzione dell’arte e aveva speso molto per il futurismo e mia madre continuò per quella strada, non sottraendosi al suo compito né lamentandosi mai".

Dietro una mostra importante come quella che si tenne ai Petit Palais di Parigi nel ‘51 con il critico e biografo di Picasso, Chinstian Zervos, c’era la sua regia segreta. E fu sempre lei a chiudere ufficialmente il movimento militante futurista negli anni 50. Benedetta è stata insomma una sorta di coscienza parallela del Futurismo. "La mia consorte non è una mia discepola ma una mia eguale", aveva scritto Marinetti nella prefazione del romanzo cosmico per il teatro "Viaggio di Gararà". E se lo disse lui…

[da L'Espresso, 10 dicembre 1998, n. 49, anno XLIV, p. 155]